mercoledì 10 febbraio 2016

Recensione di Marco Furia a La terra franata dei nomi di Gabriele Gabbia



Gabriele Gabbia, La terra franata dei nomi, L'arcolaio 2011

La terra franata dei nomi, prima raccolta di Gabriele Gabbia, induce davvero a riflettere su un divenire ricco di non sterili contraddizioni. Non sterili, perché gli evidenti contrasti non si avviluppano sulla loro stessa persistenza, né costituiscono inquietanti punti di arrivo, bensì tendono a non interrompere un percorso che nella consapevole accettazione trova l’energia necessaria a continuare.
Procediamo con ordine. Oltre alle normali fattezze tipografiche, il poeta usa spesso il corsivo, richiamando l’attenzione del lettore su alcune pronunce in particolare.
Bisogna non dirsi, non / pronunciarsi, esimersi / per riceversi. Eludere / il proprio enunciato, il / proprio interno / dettato – per cospargersi / e congiungersi / occorre disconoscersi”.
Qui la contraddittorietà appare come una naturale condizione di un’esigenza: quella di “congiungersi”, ossia di comunicare. Aprirsi all’altro è già in qualche modo rendere più elastici i confini della propria identità.
Una differenza è alla radice del rapporto con l’esterno.
Insomma, occorre non avere timore delle antinomie, poiché queste ultime, quando non sono frutto di un pensiero tautologico, costituiscono la feconda dimensione in cui operare.
“Non nel compiuto / nel gesto, nello scacco / l’adempìto. La parola / che scardina e rimuove / redime”.
Il gesto è già coerente, altrimenti non sarebbe tale, mentre la parola vera, quella in grado di affrontare il contrasto e la differenza, “redime”.
Non si tratta, a mio avviso, di una sfiducia nell’umano agire a favore di un linguaggio considerato potenzialmente più affidabile, ma di una poetica constatazione: parola e gesto sono aspetti della natura umana, spesso si completano a vicenda e, ambedue atteggiamenti espressivi, si assomigliano molto. L’invito, piuttosto, è rivolto a non volere nascondere a tutti i costi, per via di meccanicismi logici, processi tutt’altro che lineari: un invito, in sostanza, non all’oscurità, ma alla chiarezza.
L’uomo talvolta cade vittima della sua stessa lingua. La coerenza è atteggiamento, modo d’essere e le sue parole sono (anche) quelle della poesia.
Gabriele propone un verso partecipe di tratti dichiarativi, non contorto né ricercato: pare costruire il suo mondo nell’atto stesso del mostrarlo, sicché si avverte (pregnante) naturalezza nel dettato ricco d’implicazioni.
La schiettezza non è, necessariamente, semplicità, anche se di quest’ultima può presentare più di un lineamento, per esempio nell’offrirsi in maniera diretta, non incerta.
Ammessa la presenza dell’enigma e del limite, occorre proseguire lungo il cammino: questo il sincero messaggio di un poeta capace di congiungere la sfera individuale a quella collettiva secondo pronunce ben consce del quotidiano impegno del vivere e, perciò, aliene da enfasi.
Emblematica, a questo proposito, la suggestiva foto di copertina di Alessandro Gabbia.

                                                                                                                                                                                          Marco Furia