martedì 16 febbraio 2016

"Il secondo bene" di Flavio Ermini


«Una straziante ricerca di autenticità»: Il secondo bene di Flavio Ermini

Più ci allontaniamo dalle vie della conoscenza canonicamente acquisite, storicamente e socialmente accettate, più ci approssimiamo alla conoscenza vera, e quindi, alla verità delle ‘cose’.
Enuncia Flavio Ermini in un’ intervista apparsa sul mensile «Poesia» (n. 285 – settembre 2013): «La mia poesia si fa presente sulla soglia del caos originario, di quell’indistinto cui Anassimandro aveva dato il nome di Ápeiron. […] La mia vuole essere una presa di posizione per l’essere prima di volgermi a qualsiasi altra destinazione (ad esempio la conoscenza). […] Il senso della mia scrittura è strettamente connesso alla verità, quella verità che solo nell’interruzione dell’ordine del discorso si fa presente, quando si apre una crepa nel linguaggio, propriamente: nel pericolo del dire».
Dalla suddetta esperienza di radicale ed entropica «interruzione del linguaggio» e dalla conseguente, perigliosa deduzione «del dire» poetico ‘proviene’ Il secondo bene – Saggio sul compito terreno dei mortali, ultima pubblicazione saggistica di Flavio Ermini, edita da Moretti&Vitali nel 2012, con una postfazione di Franco Rella. Un libro che – come buona parte delle grandi opere d’arte – risulta essere in realtà indefinibile, la cui lettura infonde un senso di profonda bellezza e parimenti di angoscia e acuto dolore; un manuale di sopravvivenza per «l’essere dotato di parola» – così come l’autore definisce le ‘creature poetiche’ –; un libro – ancóra – in cui Ermini dispiega e conduce a compimento tutti i fondamenti della sua poetica, che da oltre trent’anni lo ossessionano lo affliggono lo ‘deflagrano’.
Ma procediamo con ordine; Il secondo bene è – come annota lo stesso autore nella perturbante «avvertenza» – «un saggio che mette a tema il compito terreno dei mortali». Quale sia questo compito ce lo indica Sofocle: «Tornare al più presto da dove si è venuti», ovvero – soggiunge Ermini – «tornare al bene che ogni bene supera: il non essere». Prima di «non essere», però, ogni essere è chiamato qui a concretare la propria onerosa, quotidiana ‘peripezia’; e di questa peripezia – apofanticamente – il testo ci parla, distruggendo le nostre chimere e mostrandoci con spietatezza che «dallo smarrimento iniziale all’incontro con la sorella del sonno – la nostra vita è una terra malamente calpestata e di volta in volta riassestata con mezzi risibili. Una terra di esilio e di abbandono dove la speranza è un cartello tolto dal cielo e sepolto sotto molti strati di macerie». Le «macerie» e il complessivo disordine tanto vaganti nella forza «indistinta» del corpo del mondo quanto in quella del singolo (forza arcana proveniente da quel «caos originario» la cui visione interna agli occhi dei «più viventi» per generarsi attinge), sono qui tuttavia rabberciati, minuziosamente raccolti, disposti e conchiusi in diciotto emblematici capitoli (poi suddivisi in ulteriori micro capitoli), che vanno dalla nascita da cui la vicenda umana prende abbrivio (peraltro – come segnala l’autore – già inizialmente predestinata al «naufragio»), sino alla morte. In questo breve e dolorosissimo arco di tempo narrato da Ermini, la «creatura dotata di linguaggio», mediante l’assurdità contingente dello spazio e del tempo assegnatigli, e poi l’incontro e il connubio dato dalla somma delle tappe ineludibili dell’umano ‘sentiero’ e dalle «provincie della percezione», è destinata a scoprire «la propria finitezza»; ovvero – come si diceva nell’incipit –  a prendere la direzione dell’autentica conoscenza (assai distante da quella comunemente battuta…), e a perire in questa direzione – per questa direzione, giacché ravvisa che «la nostra vita è un errore prospettico, un tutto che è un nulla: è patire». Non solo; come sartrianamente ha ricordato Alberto Folin a proposito dell’ultima pubblicazione in versi dell’autore veronese (Il compito terreno dei mortali, Mimesis, 2010), «in un mondo in cui l’infinita possibilità del nulla rende vana qualsiasi artificiosa protezione», occorre dichiarare «drammaticamente l’esserci di fronte alla responsabilità della sua ab-soluta libertà». Ebbene, con Il secondo bene Ermini intende manifestamente ‘ghermire’ questa libertà e della responsabilità che ne deriva farsi carico, per descrivere con coraggio, sapienza e furore «la complessità e il potere illusorio dell’essere umano» (ma anche per provare ad affrancare quest’ultimo dai miraggi e dall’anelito di onnipotenza ch’egli stesso ha prodotti e che finiscono per distruggerlo), e «con pazienza» costringerlo ad enumerare «i suoi limiti costitutivi: la caduta, il naufragio e la costa lontana, lo smarrimento, la stanchezza, il declino»; tutte ‘figure’ che ci appartengono profondamente, perché «ciascuno di noi è gettato nel tempo ed è condannato a vivere», e al di là di questo, «Non c’è altro».
«La voce del dolore» dell’«uomo senza croce» ha «un volume lancinante» in questo libro, sempre; ad ogni pagina una ‘morsa’ stritola il lettore che si trova costretto a ‘sanguinare’ – come certo deve aver sanguinato l’autore dopo aver vissuto e dedotto quel che qui vi è scritto –, ma è una morsa (una presa), si diceva, che attesta una seria, coerente e indefessa ricerca di chiarezza e di verità, «una straziante ricerca di autenticità», in tutta questa menzogna che è l’esistenza umana.       
                                                                                                                                                              Gabriele Gabbia