mercoledì 29 ottobre 2014

Adam Vaccaro - Seeds


 Adam Vaccaro, Seeds, Chelsea Editions

Il titolo “Semi” di questa antologia poetica di Adam Vaccaro risulta quanto mai pertinente e significativo. Quella di Adam è infatti un’opera che non vuole essere chiusa in se stessa, non vuole essere autoreferenziale, ma aperta, percorsa dalle dinamiche della storia e dalle contraddizioni della società. Un’opera in movimento, quindi, che nasce da un’esigenza di apertura e di totalità, in cui le esperienze proprie del soggetto, e in specifico di chi scrive, non sono mai assolute o idealizzate, né all’opposto viste in una prospettiva minimalista, ma facenti parte di una dimensione  più ampia che le comprende, in un processo dialettico continuo.
Chi scrive vuole piantare dei semi, vuole far nascere qualcosa. La parola poetica di Adam Vaccaro è tutta nel movimento, nel suo crescere, nel suo divenire, nel suo modellarsi unitamente a ciò che esprime, pur conservando la propria identità, la propria concretezza. E’ seme accanto ad altri semi, che scaturiscono dalla terra che l’uomo abita con la sua storia. Incontriamo dunque non una voce isolata, unica, che si ripete e si riflette in più testi, ma una voce dietro o dentro la quale c’è una coralità, una voce che fiorisce da una terra comune, da una storia, che è poi la storia di noi, del nostro Paese.
Leggendo i testi qui raccolti, si percepisce un andamento quasi poematico e narrativo, che è attraversato dal processo storico che ha cambiato l’Italia e che ha coinvolto tutti noi, dal passaggio da una società ancora prevalentemente agraria, soprattutto nel Meridione, a quella del cosiddetto miracolo economico; dall’Italia delle grandi speranze di cambiamento dei primi anni Settanta a quella della crisi degli ideali, fino alla postmodernità, alla globalizzazione e al pensiero unico oggi dominante.
E’ cambiata la nostra terra, e siamo cambiati anche noi. E qui il riferimento a Pasolini è d’obbligo, ai suoi “Scritti corsari”, a quella sua capacità di decifrare prima di altri quell’omologazione antropologica e culturale che poi ha devastato un po’ tutti.
All’interno di queste problematiche, mi sembra di poter ravvisare nella produzione poetica di Adam Vaccaro due temi centrali, due polarità non contrapposte, ma che si integrano: quella della terra e quella del sogno.
La terra è il luogo dell’uomo, è lo spazio in cui si muove, in cui vive e lavora, ma è anche il luogo della storia, della costruzione e della progettualità. La terra è anche il sogno dell’uomo. Terra e sogno non sono – come si diceva -  polarità contrapposte. Nella terra c’è  il sogno e nel sogno c’è la terra. Non c’è una spaccatura. La terra genera il sogno e il sogno diventa tutt’uno con la terra. Per questo il sogno è concreto, è di terra, fa parte del mondo e vivifica il mondo.
C’è, in questo senso, una poesia emblematica di Adam Vaccaro: L’ortogiardino, che fa parte della prima sezione del libro intitolata Nei biancoscuri antefatti (che sono quelli legati alla terra d’origine).
Qui la terra è “luogo d’incanti e di fatica”, di “bellezza e frutti”, spazio che diventa quasi magico e fa sognare l’infinito. E’ la terra che può unire lavoro, bellezza e sogno, ma è anche la “terra-carne ignota e perduta” per tutti coloro che se ne sono andati, pieni “di fame e di sogni”, che hanno conosciuto un’altra realtà e adesso la ricordano nella nostalgia e nella lontananza.
Il sogno è strettamente legato alla terra in modo duplice: può essere quello a volte ingannevole di un futuro migliore, oppure quello del rimpianto per una vita diversa che poteva essere e non è stata, una vita che qualcuno ha sottratto, qualcuno ha rubato. Perché la terra è anche quella delle ingiustizie, a cui si oppongono sogni e bisogni, che nella poesia di Adam Vaccaro si richiamano e si intrecciano tra passato e presente, perché non ci sono tempi chiusi, ma un divenire che è memoria e oltranza, coscienza e parola, seme che nasce.
Ed anche in un altro testo la terra viene definita come la propria carne da ritrovare, “un sacrario quieto” di “dignità e compostezza” da assorbire, da piantare negli occhi, da conservare e portare con sé nel “furore grottesco” dei tempi nuovi, che hanno sconvolto tutto.
Ulisse – figura ricorrente in diversi testi e, come è stato sottolineato, immagine centrale -  porta con sé la sua Itaca, la sua terra ed il suo sogno, che cerca “in angoli inventati/di pensieri e ricordi di ombre col loro/presente passato”.
E proprio questa espressione di Adam “presente passato” ci fa capire quanto detto poc’anzi, cioè la concezione di una temporalità che il soggetto vive nella propria interiorità a partire da una condizione ben precisa: un presente che è qui, ora, ma che è fatto anche di passato. Un Ulisse che ha il volto di tanti, di tutti coloro che la storia ha spedito lontano, e che ricordano la loro adolescenza e la loro giovinezza nella terra che hanno lasciato (ad esempio, le corse in bicicletta degli anni Cinquanta, o le scintille della mola del falegname, “momenti di lucefuoco”, o la memoria di “feroci innocenze”, o ancora di sogni e di “assalti al cielo” per “un oltre possibile”).
Ma il viaggio di Ulisse non è semplice, è preda di un morbo oscuro, c’è qualcosa che muore, “ una terra che cade/ sotto i piedi e crea abissi insuperabili, c’è un potere nefasto che minaccia e che controlla. E la verità viene rivelata da chi è emarginato, fuori dalla logica del potere, da chi addirittura è considerato lo scemo del villaggio e parla di “paese degli sprechi e dei balocchi” e sogna una vera rinascita, un cambiamento radicale: “esplodi seme esplodi e fammi sentire/fammi sentire il suono della vita che/rinasce nel micro e nel macro”. Perché – come si afferma in un altro testo -  la terra “cerca ancora testarda/rinnovati padri e madri”.
Nella seconda parte del libro  si accentua la problematica di una contemporaneità che  ha luci sinistre, la terra appare deturpata, violentata, insieme ai sogni che portava (e porta) in grembo, perché qualcuno li ha capovolti, uccisi nella loro identità, annientati nella loro forza propulsiva, uniformati in falsi splendori.
Ma proprio per questo risulta ancor più necessario seminare contro il “male stupido che ci invade/e delegittima la vita”.
Le poesie di questa seconda parte risultano più mosse, più articolate rispetto alle precedenti, contraddistinte da una scrittura variegata e dinamica, nella quale è ravvisabile una sensorialità talvolta visionaria che unisce mito e modernità, sempre però in una dimensione umana, di forte valenza civile. La terra sembra rivendicare la propria forza antica ed ancestrale contro l’opera dissennata e devastatrice dell’uomo. In META! “in gesti d’assalto al cielo alberi alati/di ulivi e limoni e fichi e mandorli/incontenibili sfidano lo spazio”; “esplodono infiniti i succhi/dell’immenso flusso”, proprio laddove “s’affannano/ gli uomini a inventare sipari e ombre”.
E poi in testi successivi viene evidenziato il pericolo di una catastrofe naturale provocata dall’incuria dell’uomo nei confronti della propria terra: “ninfe scontrose/disperate urlanti che quella lingua/si perderà nel nulla”, e si mette in luce come “il cuore/il cuore del mondo non è nei mari/ma qui in fondo ai nostri rami”.
E altrove si afferma che “Nulla di/ bello – ancora dunque non sai? – è/mai scoppiato senza il morso feroce/di questa madre che impotenti/s’ostinano a voler violentare”
e “che sotto/questo nero ignorato Cono di terra/si prepara lo scoppio di un diluvio/di fuoco”.  C’è dunque – come viene esplicitamente detto – una rabbia della terra che cova da tempo, provocata da chi l’ha devastata per i propri folli interessi.
Com’è lontano, allora, il ricordo, il sogno di grazia e di misura di quell’ortogiardino di cui abbiamo parlato all’inizio. Il sogno è stato aggredito, certo, ma spetta a noi non spegnerlo completamente, fare in modo che finisca la sua e nostra delegittimazione. La terra vuole essere terra, la casa vuole essere casa. Dipende da noi, dalla nostra vita e dalle nostre parole, dalla poesia e dai semi che sapremo piantare, sapendo che ciò che ci muove, che ci fa esistere e che ci spinge ad andare verso il futuro da costruire è sempre “quel Quid immerso nel caos-cosa dell’universo”, quell’ “esule introvabile/a consolazione dell’infimo e dell’immenso”.

Mauro Germani