sabato 29 giugno 2013

"Olimpia" di Luigia Sorrentino - Nota di lettura di Gabriele Gabbia


 
 
LUIGIA SORRENTINO - OLIMPIA  (Prefazione di Milo De Angelis - Postfazione di Mario Benedetti) - INTERLINEA EDIZIONI
 
 «L’antro custodisce ciò che il vedere non sopporta». – Occorre partire da questa perentoria riflessione di Flavio Ermini per scrivere sensatamente intorno alla complessità e alla molteplicità semantica di Olimpia, ultima silloge poetica di Luigia Sorrentino, edita da Interlinea Edizioni, con prefazione di Milo De Angelis e postfazione di Mario Benedetti.

Il testo, distinto in otto misteriose sezioni (L’antro; La città; Il lago; La discendenza; Il confine; La deformazione; Il sonno; L’ingresso alla montagna; La città nuova), «tocca in profondità» – come scrive De Angelis nella presentazione – «le grandi questioni dell’origine e della morte, dell’umano e del sacro, del nostro incontro con i millenni», e lo fa – verrebbe da aggiungere – lambendo un’alta atmosfera metafisica, attraverso uno sguardo «ampio, prospettico», e a tratti inquietante e incorporeo: «lei era lì / non era più la stessa / il volto sbiancato nell’intangibile / nulla più le apparteneva / si rivoltava in un’altra che l’offendeva / nell’involo mostruoso in lontananza / lei era un soffio chiuso / tutto era in sé pieno, attaccata / alle pareti, lei era ormai radice».

Il libro è interamente attraversato da questa «creatura intermedia» che – sospesa a mezz’aria – sfiora la morte, da questo spettro che «a volo d’aquila» si abbatte sulle pagine e qui tenta di radicarsi, per lasciare traccia di – per farsi radice guadando (al contempo) l’arcana e aleatoria città di Olimpia, «una città antica e nuova, vissuta nello scorrere del tempo ma non in modo unidirezionale, (…) mossa e non solida» – come osserva Benedetti nella postfazione – in «un viaggio soprattutto nel morire», in cerca dunque di ciò che nel tempo è andato perduto di noi stessi in noi stessi – «al servizio di ciò che siamo stati»: «il volto si profila / (…) incarnato nel rito che si consuma qui / (…) la sua giovinezza / si spense / (…) poi solo una voce, un soffio / divenne».

E l’univocità di questa voce non è, in realtà, che il coro con le polivalenze e le sfumature di tutte le sue voci; degli incontrati, degli increati, «dei vivi e dei morti» – a confermare la complessità e la molteplicità semantica ed omnicomprensiva di cui all’inizio si è accennato, ulteriormente enfatizzata dall’apparente semplicità del dettato, spesso aggraziato, ma talvolta di ctonia occulta e violenta  compattezza: «Chiamava da una cavità morbida e sotterranea, vivente nella furia / di un amore che atteneva soltanto lei. Pulsava l’essenza perenne, / rigenerandosi da sola, senza interruzione. Al taglio improvviso della / carne, ci gettò, contro le nostre stesse viscere, i nostri organi, con gli /  escrementi. Ci tenne lì, in una lunga attesa, ci nascose, mentre lei si / espandeva larga, liquida e piena. In sé contenne l’umido spazio della notte».

Un viaggio dunque nell’oscurità dei propri visceri e nelle interiora di una città, «sempre sulla soglia di una scoperta cruciale», nell’antro del corpo e nelle subsidenze notturne da cui la materia testuale deriva, con le sue «creature dell’attimo» e le simultanee agnizioni, e al contempo, un viaggio scritto all’interno di una città reale e immaginaria, fluttuante e transeunte, così lontanamente attraversata da esservi dentro: «La prima volta che la vidi era pallida. Sovrastava tutto quel bianco. / (…) Bianca / era lei, e io ero insieme a lei l’attesa e il compiersi nello stesso istante. / Comprendevo e riconoscevo proprio quanto di più raro era lei per / essersi così improvvisamente aperta, impallidita da tanta immotivata / bellezza (….) / in quel gorgo di luce (…)», «(…) solo un sorriso chiaro, una gratitudine»: tutto ciò che l’antro non ha potuto non dire.

 

                                                                                                                                    Gabriele Gabbia

 

La citazione in apertura e la «creatura intermedia» menzionata appartengono al libro Il moto apparente del sole – Storia dell’infelicità (Moretti&Vitali, 2006), di Flavio Ermini; le citazioni restanti sono invece desunte dalla silloge Olimpia, di Luigia Sorrentino.

 


Dalla sezione L’antro



lei era lì

non era più la stessa

il volto sbiancato nell’intangibile

nulla più le apparteneva

si rivoltava in un’altra che l’offendeva

nell’involo mostruoso in lontananza

lei era un soffio chiuso

tutto era in sé pieno, attaccata

alle pareti, lei era ormai radice

 

 

*

 

il volto si profila

il volto che siamo stati è istintivo

incarnato nel rito che si consuma qui

nella consolazione siamo venuti

mutarono i suoi occhi quando chiese

la vita eterna

la sua giovinezza si spense

divenne una cicala

poi solo una voce, un soffio

divenne

 

*

 

ancora più in alto

in mezzo alle querce

non c’è altro che querce

siamo sempre più vicini al cielo

poiché nessuno è giunto alla sua fine

prima di morire

su quelle rovine vedemmo

ciò che di noi viene disperso

 

*

 

come grembo che si prepara

a ritornare estraneo ad ogni flutto

nell’uliveto deposto ogni possesso

lei chiese

sul lago conducimi con te

poi vide la giovane a lei rivolta

che l’abbracciava tante volte

non vide più nulla dopo

solo un sorriso chiaro,

una gratitudine

 

Dalla sezione La città

 

La prima volta che la vidi era pallida. Sovrastava tutto quel bianco.

Scendeva verso noi che avanzavamo, si allargava così pacatamente

quel luogo di bagliore e di sonno si spargeva tutto intorno. Bianca

era lei, e io ero insieme a lei l’attesa e il compiersi nello stesso istante.

Comprendevo e riconoscevo proprio quanto di più raro era lei per

essersi così improvvisamente aperta, impallidita da tanta immotivata

bellezza, lei era giovane e vecchia. L’austero profilo batteva l’agile

volto in quel gorgo di luce abbracciava.

 

*

 

il sole alle spalle cancella

i nostri volti

veniamo da troppa lontananza

lungo quella discesa

nel porticato

alte colonne ci avvolsero

con le loro braccia

 

simultanea la superficie

il movimento attorno al proprio

asse, in rotazione

 

all’ampiezza

offriamo il soffio qui adagiato

la bellezza che ci fu tolta

nella luce inesorabile

dello spegnersi

 

*

 

la soglia era ciò

che a noi stessi fu ignoto

per molti anni

come le cose

che invecchiano e si annullano

 

poi qualcosa chiamò

precipitata e muta

lasciò che altri sapessero

 

– siamo colui che se ne va

abbiamo le sue gambe

le spalle, l’incedere veloce

la traccia di un saluto

siamo colui che sprofonda

a un passo da noi –

 

 

Dalla sezione Il lago

 

ritornammo dove eravamo

solo il nome tremato

 

lo spazio fu questo sprofondare

in un tempo in cui furono solo

il saccheggio e la voce

 

l’uno al cospetto dell’altro

l’uno l’altro assaltava

trasportato nell’enorme radice

nella forza di ciò che era voragine

rotolò giù come massa informe

si lacerava e ricacciava

più dentro si accovacciava

 

 

*

 

lei stava su un piano mobile

quando sospesa vide

l’insegna dei volti

qui visse la donna diceva

ma tutto era già stato

 

sulle rovine del nostro essere

rimbombava sola la domanda

è quella la porta?

 

 

 

Dalla sezione La discendenza

 

tutto stava su di lei

e lei sosteneva tutto quel peso

e il peso erano i suoi figli

creature che non erano ancora

venute al mondo

lei stava di sotto e dentro

 

questa pena l’attraversava ancora

quando venne meno qualcosa

 

le acque la accolsero

 

e quando si avvicinò alla costa

della piccola isola, tutti

portava nel suo grembo

 

 

Coro 1

 

Dalla sezione Il confine

 

nella sua sostanza di silenzi

eseguiti, lei era immobile e armata

sotterranea presenza di tutte le cose

centro

congiunzione tra spazio e tempo,

colossale dentro la superficie,

simile a una guglia rocciosa,

incarnata

 

nella forza

trattiene o separa

afferra dalla profondità

il sottosuolo unisce al cielo

risale tra cespugli

fino alla vetta più alta del monte

 

in basso spinge creature dell’attimo

 

 

 

Dalla sezione La deformazione

 

Sempre di più, il morire. Fluttuando nella sostanza emotiva che preserva

e cura, svanisce la memoria di ciò che siamo. La transizione nella morte

da vivi, provoca spaesamento. In un grumo di forze distese, avviene lo

smantellamento, lo spostamento, l’inversione. Ritorniamo arcaici, al

servizio di ciò che siamo stati.

 

 

 

Dalla sezione  L’ingresso alla montagna

 

tutta la nostra attesa era

in una madre che ritorna

nel regno dei vivi e dei morti

frantumato dinnanzi a lei

 

tutto si era placato fra i tronchi

dei lecci

senza steli stavamo sulla spianata

trasportati qui dove si tace di gioia,

tace su tutto chi possiede

quello spirito del futuro

sopra le rovine