martedì 11 settembre 2012

Incontro con l'autore: Cristiano Poletti


 Diciassettesimo incontro con l’autore.

E’ questa la volta di Cristiano Poletti, autore del recente libro di versi Porta a ognuno (L’arcolaio, 2012), nel quale Roberto Carifi su “Poesia” (giugno 2012) ha ravvisatouna qualità rara, quella di unire l’igiene morale della contemplazione all’umiltà avventurosa del pensiero, che in questa raccolta si mostra in ogni verso, in ogni piega, in ogni silenzio”.
7 DOMANDE A...
CRISTIANO POLETTI

Quali autori in particolare sono stati fondamentali per la tua formazione?

Proust certamente, e profondamente. Leopardi, al fondo di tanto che mi è vicino. Di Montale conservo comunque e sempre tutto, anche la sua personalità irta. Torna “come l’acqua di un lago”, e quindi ho amato e amo, il Pavese sia di Lavorare stanca, sia - soprattutto forse - il poeta del ‘45 e del ’50. C’è stato Eliot, senz’altro. Pasolini, che per tanti aspetti, col tempo, ho un po’ lasciato. Un amore vasto, altissimo, per la scrittura in musica di Bob Dylan. Auden, anche qui, profondamente. Tornando in Italia, Luzi, in buona parte; Sereni, che negli anni è diventato un riferimento saldo per me, irrevocabile. Poi mi sono nutrito di diverse altre voci, anche distanti fra loro: Magrelli tra queste; moltissimo Zanzotto; ma anche De Angelis. E molti altri: ricordo ad esempio quanto sia stato importante leggere, nel 1995, al primo anno di università, una poesia di Pusterla dal titolo “Crespi d’Adda”, in “Le cose senza storia”. Segni diversi, insomma. La formazione è così, almeno la mia: lampi, temporali e schiarimenti.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Davvero difficile per me dire parlarne, quasi nemmeno fosse giusto proferirlo. Posso comunque tentare una riflessione sul mio oggi.

C’è probabilmente un tremolio, ecco, tra l’agganciare e il perdere identità. Voglio dire, credo s’intraveda un ossimoro continuo nel mio tentativo di poesia, il dato e il suo contrario, temi-luoghi-soggetti che suggeriscono apparizione e sparizione in un parlare che procede essenzialmente dal silenzio. Scomposizione dell’identità quindi e un tentativo di ricomposizione della stessa. In tutto questo, molto è enigma.

Posso aggiungere che credo sempre di più, in poesia, all’impressione che all’espressione. Impressione, anzi: incisione. Penso, in particolare, al corpo depos(ita)to/deposto sulla pagina secondo un “morire alla vita” luziano: battuta l’ora, l’ora di lasciarsi tra sé e sé, si acquista coscienza e nuova vita. Ogni perdita, ogni dialogo con il perduto consentono questa progressione. La sintesi in questi versi di Walcott: “il silenzio dei morti / il silenzio dell’amore sepolto più in fondo / è il vero silenzio / … è il vero amore, è identico / ed è benedetto / nel modo più profondo dalla perdita / è benedetto, è benedetto”.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?


Tremendo il rapporto e tremante io. È sempre stato così. Come se il rapporto si manifestasse al bordo di una grande, indecifrabile paura. Mi guardo allo specchio e mi riconosco, ma subito mi disconosco. Accensioni, spegnimenti, nuove accensioni: l’immagine sono io? Mi tradisco o sono fedele a metà? (per parafrasare il Giudici di “Una sera come tante”). “Nel sogno sei autore e non sai come finirà” ha scritto Pavese; ecco, è tutto territorio di desiderio, lo ammetto. Ed è un rapporto fisico con la scrittura: onestamente, cerco un’inflessione di voce mia in questo tempo. A questo proposito, c’è anche un legame con la storia che mi tormenta. Perché ho studiato storia all’università e in poesia è come se facessi sempre i conti con l’intenzione di richiamare la mia piccola fetta di storia nella Storia più grande e generale. Questo interessa da vicino e in profondo tutto il mio rapporto con la scrittura. E con la lettura (e la rilettura, vera ri-creazione, specialmente in poesia).

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura oggi in Italia e qual è la funzione della poesia?

Non so dirlo. Sinceramente non sono in grado di formulare un giudizio in proposito. Sono stato e sono un insicuro. Certo, spesso provo pena. A volte mi ricredo. Anche qui, segni diversi. Ma nulla che sia un’analisi intelligente e utile, almeno per quel che possa diagnosticare io circa l’odierno stato della cultura in Italia. Per quanto riguarda la funzione della poesia, invece, per me resta sempre e soltanto la prova della pagina. Seppure abbia dubbi e profondi anche sul ruolo del poeta.

Altre, più sottili considerazioni mi sfuggono o, seriamente, non m’interessano.

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?


Musica e cinema. Moltissimo.

Un autore da riscoprire?

Non so se sia da riscoprire, comunque Dino Buzzati.

Un libro da leggere assolutamente?

La Recherche di Proust.

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) ha pubblicato le raccolte di poesia: Mari diversi, Book, 2004; Non Nome, Manni, 2007; Porta a ognuno, L’arcolaio, 2012. Dal 2007 organizza TreviglioPoesia, festival di poesia e video-poesia.


UNA POESIA INEDITA DI CRISTIANO POLETTI


Berlino, dialogo

I piedi consumati -

nel muro c’è un varco

lo guardo a fondo

ci vado e con gli altri

lo riempio di carne.


Ho preso l’ansia in parola

quel giorno ricordi?

- cose di novembre

che tu non ricordi.


Sì, il vero si disfa

di noi, si disfa in bocca e rimarrà

di quelle di queste

parole soltanto

una preghiera, per dire, una sillaba

per iniziare a dire cosa vedi:

arriveranno nuovi cieli, dici

pioggia, acqua che lava

e sotto altre frasi

viviamo, viviamo.


Storie erano, Germanie. Ma ricordi?


Nel muro quel varco

riempito di carne.


Sotto i piedi sento

ho rotto un incanto.