lunedì 2 aprile 2012

Incontro con l'autore: Marco Molinari


Sedicesimo incontro con l’autore.
E’ protagonista questa volta Marco Molinari, nella cui opera  - apprezzata dai critici più attenti - è ravvisabile un’assoluta coerenza tematica e stilistica.
Del suo ultimo volume di versi, Inseguiamo e accarezziamo (Il Ponte del Sale, 2007) si è già occupato questo blog.

7 DOMANDE A...

MARCO MOLINARI




 Quali autori in particolare sono stati fondamentali per la tua formazione?

Tra i tanti scrittori che mi hanno sollecitato e chiamato al desiderio e al piacere del cimentarmi con lo scrivere in poesia, cito immediatamente, in limine alle sette domande, i due che considero gli antesignani, i padri, i maestri della mia misera avventura con le parole, Jean Arthur Rimbaud e Franz Kafka. Mi chiedo ora, ripensandoci, quale filo di collegamento unisca due personalità per certi versi molto diverse, e quale strana congiunzione astrale li abbia poi fatti incontrare dentro la mia mente. Penso che in entrambi la scrittura sia scaturita da una irresistibile tensione, da un contrasto tremendo con l’esterno, che non viene semplicisticamente ignorato, superato, combattuto, ma, invece, colto nella sua ineludibilità, analizzato con lo scrupolo dell’esploratore, preso in altri termini sul serio, per essere alla fine rivoltato e scoperchiato da tutte le meschinerie che si porta dentro. Le loro parole si snodano dopo molti percorsi di andata e ritorno, dopo giri viziosi, bagni in acque sconosciute, e raggiungono la superficie del foglio come raddoppiate, in una sorta di verginità che ha memoria di una nativa dissolutezza, di un’innocenza che sente di aver abbracciato un tempo in cui si è stati assassini. Ecco, sento in Rimbaud e Kafka questa medesima dissonanza, la ricerca lucida di risposte, non ad accuse che giungono dall’ombra, come è stato banalmente scritto in particolare per Kafka, ma ad un’inadeguatezza a una sete d’affetto del mondo, che hanno guardato in faccia, direttamente, senza infingimenti. Le risposte che sono scorse sotto la penna sono risultate come è noto molto diverse nello stile, pur se ambedue nella sfera della classicità e dell’immortalità, perché ci troviamo di fronte a due geni, due pensatori e maestri di vita loro malgrado, ma con una conclusione, e questo è un altro elemento che mi ha affascinato, in molti tratti simile. Rimbaud ha troncato con la scrittura di versi giovanissimo e per il resto della sua vita non ha più voluto saperne, l’ha disprezzata; Kafka, che pure per tutta la sua vita ha sacrificato la possibilità di un’esistenza almeno apparentemente normale per la scrittura, ha composto per la maggior parte opere incomplete, pagine di diario, lettere, chiedendo inoltre ripetutamente all’amico e alla fidanzata, di distruggerle. Il loro passaggio nel mondo della letteratura si conclude quindi con due apparenti insuccessi, con la consapevolezza finale di uno scacco, della vacuità della risposta che arriva dall’altrove dove avevano albergato nella scrittura; e come è possibile che tutto questo possa costituire un esempio, uno stimolo per chi è nato dopo di loro? Rispondo, e così mi riallaccio alla domanda iniziale, che l’esemplarità delle loro opere sta proprio nel percorso che hanno intrapreso, totalmente libero e onesto, disinteressato, hanno giocato tutto sulla parola e sullo scavo incessante e crudele che il serio confronto con questa comporta, hanno cercato e trovato fili invisibili di verticalità, ci hanno lasciato una mappa, una cartina per ritrovare quei deserti, quelle città allucinate. Inoltre, e concludo, pur nell’intransigenza che ha contraddistinto la loro scrittura, non hanno mai avuto la presunzione che questa esaurisse tutte le manifestazioni in cui la loro anima si potesse rapportare con il mondo: Rimbaud dopo aver smesso di comporre poesie, ha continuato a scrivere, con lo stesso rigore, lettere appassionatamente essenziali ai suoi famigliari dall’Africa, dove era emigrato nella sua seconda vita, progettava inoltre di scrivere trattati di geografia, diari e resoconti dei suoi viaggi in quelle terre in alcuni casi inesplorate; Kafka scriveva anche delle inappuntabili relazioni per il suo lavoro all’Istituto di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro di Praga e progettava anche con la stessa serietà e impegno molte altre attività quali il giardinaggio, la falegnameria, l’elaborazione di un’originale condotta di vita salutista.                 

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Chi scrive non è sempre buon esegeta di se stesso. Mi richiamerò, per rispondere a questa domanda e alla successiva, a quanto ho appena appuntato sugli autori che mi hanno maggiormente influenzato. Le poesie che ho scritto finora sono la mappa di un percorso di ricerca, ricerca di un confronto corpo a corpo con la vita, con l’esterno, uomini e natura che ho fin qui incontrato, le loro domande e istanze che si sono incistate in me o che ho eluso; ricerca nella lingua italiana di una forma personale, che possa inquadrarmi e comunicare di me a prescindere dalla mia presenza reale; ricerca di una parola che, oltre ad essere originale, riesca anche a comunicare, in primo luogo con le emozioni e le immagini che mi si affollano, e successivamente a mettere in comune tutto quanto con chi legge, scambio di idee, di vite e calore; ricerca, infine, di un rapporto con le scritture che ho letto o leggerò, in una catena circolare e infinita tra anime, che hanno deciso di sacrificare una parte (o il totale) della loro vita per lasciare un testo, un film, una musica, una canzone, un fumetto che rendano più significativo, più vario, più intelligibile e intelligente, più sublime il pianeta in cui siamo venuti al mondo. Pongo in assoluto primo piano il movimento, la traccia che deve essere visibile sulla pagina; in cui si sviluppa un cammino di emersione della memoria, dello scavo solitario nella coscienza. Non fanno perciò parte di me i versi icastici, levigati, le sentenze luminose e memorabili, preferisco lo sviluppo paziente, lo sgrezzare faticoso dalla materia informe, le scie del sudore, della benzina sulla carreggiata, le parole che sfuggono, che premono, raccolte per strada e lavate lungamente nei lavacri intimi.          

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Tormentosissimo. Tutto intorno a me è contro la scrittura, ogni mia poesia è una battaglia sanguinosa contro il tempo, lo spazio, il silenzio, le persone che mi circondano.      

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura oggi in Italia e qual è la funzione della poesia?

Premetto che sono totalmente appartato e distante da qualsiasi ambiente letterario o artistico, per cui quanto sto per dire deriva da osservazione esterna di quanto appare dai giornali, riviste, libri. La mia impressione è che a livello nazionale, di chi maneggia le leve delle decisioni e i cordoni delle borse, seppur striminzite, vi sia un vuoto totale, una refrattarietà a qualsiasi singulto culturale. La cultura viene mortificata, uccisa appena è in fasce, c’è spazio solo per un pastone grigio e uniforme, vomitevole, creato da coloro che vendono le copie, fanno staccare biglietti ai botteghini, presentano le loro opere in televisione e sui giornali. Tutto questo è stato funzionale alla creazione, che ha avuto un’accelerazione impressionante in questo nuovo millennio, di un cittadino italiano a cui sono state private (forse per sempre?) alcune sensibilità, la capacità di percepire e capire qualsiasi prodotto artistico che esca dai canoni della omologazione e omogeneizzazione, la voglia anche in termini di contrapposizione, di confrontarsi con una forma che richieda meditazione, silenzio, lontananza dalle luci della società fremente. La funzione della poesia, in tutto questo? Nel nostro Paese la poesia, già dallo scorso secolo, ha perso gradualmente valore e peso nella vita culturale, pochissime persone le si avvicinano e quasi sempre sono persone che scrivono loro stessi delle poesie. Si assiste perciò all’accostarsi alla poesia di uno sparuto gruppo di persone che è spesso funzionale al proporre se stessi e non al ricevere quel tesoro immenso che la poesia può regalare. In questo ristretto mondo, si è poi riproposto, ed era inevitabile, quel fenomeno di potere e di emarginazione cui ho accennato sopra a proposito del generale stato della cultura. Tutto negativo, quindi, tutto malato, tutto irrecuperabile? Da ottimista e sognatore quale sono, nonostante ogni cruda evidenza, scorgo piccole ma significative cellule di resistenza, case editrici minori, circoli culturali, testimonianze individuali, sparse sul territorio, soprattutto in provincia, comunque distanti dai centri dove si irradia il verbo ufficiale e totalizzante. Il problema è ovviamente quello della estrema frammentazione di queste esperienze, della difficoltà dei contatti e dello scambio reciproco, della possibilità di creare dei canali alternativi, anche se in questo ultimo periodo la rete e il web hanno aperto delle straordinarie prospettive. I nostalgici del libro anche come oggetto che entra pienamente nelle “cose” che compongono la vita, come me, dovranno adattarsi per forza di cose, e ne vale la pena, se la posta in palio è quella di tramandarci ancora e per sempre questa forma d’arte in cui crediamo fortemente.               

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

L’ho accennato in una precedente risposta: la musica, tutta la musica, anche quella contemporanea, in cui riconosco quegli elementi della classicità universalmente riconosciuti ad esempio per un Monteverdi, uno Stravinskij, uno Chopin. Molte canzoni per me rientrano in questa categoria, quasi tutte quelle scritte dai gruppi inglesi The Clash e The Smiths, per citarne alcune, o quasi tutte quelle scritte dagli italiani Massimo Bubola e Renzo Zenobi. Poi il cinema con la mia  predilezione ammirata e fedele per registi come Truffaut, Romher, Kieslowski, Woody Allen, Piavoli, Olmi, di cui ho visto tutte le opere. Infine, devo confessare il mio antico amore per il fumetto, acquisito da bambino a sei anni, quando una lunga malattia mi costringeva a letto, e attendevo con ansia le strisce di Tex. Da allora questo eroe epico, per me simbolo della giustizia, non mi ha mai più abbandonato, affinando nel tempo la passione per i disegnatori, maghi delle chine, e gli sceneggiatori delle storie.            

Un autore da riscoprire?

Metterei in primo piano tutti quegli scrittori che per tanti motivi non ho conosciuto e forse non conoscerò mai; per significare che la nostra deve essere una costante ricerca di quegli autori che finora ci sono stati nascosti, che non sono assurti alla conoscenza diffusa, per i motivi che ho accennato sopra e che meritano ugualmente e forse maggiormente che siano conosciute le loro opere, i loro mondi, la voce che hanno lasciato in un angolo, in attesa di qualcuno che casualmente un giorno inizi la lettura e con questa il dialogo interrotto. La ricerca di nuovi autori poco conosciuti è per me una delle attività più stimolanti e vitali. Fra gli autori, invece, che una conoscenza estesa l’hanno avuta ed ora mi appaiono poco considerati, riporterei l’attenzione su Dylan Thomas e Vladimir Holan e per l’Italia, su Angelo Maria Ripellino, Dino Buzzati e Raffaello Baldini.  

Un libro da leggere assolutamente?

Lascia che ne citi due, che un libro di critica per me imprescindibile, scritto da Marthe Robert e intitolato “L’antico e il nuovo”, ha messo assieme in una mirabile analisi parallela, e cioè il Don Chisciotte di Cervantes e Il Castello di Kafka. Mi sembra quasi inutile soffermarmi sul perché di questo mio consiglio appassionato, per tutto quanto risposto finora. Con Don Chisciotte entriamo in una nuova storia della coscienza, il cavaliere si affranca dai monarchi terreni e divini e crede nel sapere che i libri tramandano, nomina il mondo che dovrà essere fondato sull’esempio e la giustizia, combatte ogni giorno senza cedimenti la sua battaglia per una novella perfetta, il racconto che onori davvero la fatica dolorosa della fantasia. Raccoglie il suo testimone l’agrimensore di Kafka, lo straniero assoluto, colui che è stato chiamato alla nuova sfida, ancora più subdola, perché i nemici si sono moltiplicati e agiscono nelle stanze segrete e ufficiali di un qualsiasi Castello, Albergo, Luogo del Potere, dove uomini innalzati al di sopra degli altri, pretendono di infondere il mondo della loro grigia e intollerante energia. Mentre lo straniero, passo dopo passo, incontro dopo incontro, errore dopo errore, vuole lui misurare di cosa è fatto il compito assegnato, quale è il bene e il male, quale è amore e affronto. Lui soltanto, un uomo senza autorità venuto dal nulla, con il sapere dei libri che ha portato con e in sé. Li ho sempre considerati i libri più grandi, le letture più importanti per la mia vita.

 NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Marco Molinari è nato a Ca’Vecchia di Sustinente, sul Po, in provincia di  Mantova. Lavora nel settore dell’assistenza agli anziani. Ha pubblicato le raccolte di versi La corsa infranta (Polena Milano 1987),  Madre Pianura con prefazione di Milo De Angelis (La Vita Felice Milano 2002), Seguiamo e accarezziamo con prefazione di Milo De Angelis (Il Ponte del Sale Rovigo 2007). E’ presente nell’antologia Poesia contemporanea. Quarto quaderno italiano (Guerini e Associati Milano 1993). Ha collaborato ai libri collettivi La bella scola – l’inferno letto dai poeti canti VIII-XVII, a cura di Marco Munaro (Il Ponte del Sale Rovigo 2004), Da Rimbaud a Rimbaud, a cura di Marco Munaro (Il Ponte del Sale Rovigo 2004) e In un gorgo di fedeltà – Dialoghi con venti poeti italiani, interviste di Maurizio Casagrande (Il Ponte del Sale Rovigo 2006). Sue poesie e brevi analisi critiche sono apparse sulle riviste “Scarto Minimo”, “Margo”, “Il Battello Ebbro” “Poesia”, “Microprovincia”, “La Clessidra”, “Gradiva”, “Capoverso”, “ClanDestino” e sul blog “Radici delle Isole”.        



Dalla raccolta inedita “Strade che non portano alle città

VIA GHETTO (ORA VIA ROSSINI) 

                                                                     (dove sono nato)

C’è un filo di luce che spinge

l’aria fin dentro le case

e nelle crepe degli alberi

anche quelli tagliati, portati via

bruciati, restituiti al sole.

C’è un prato ghiacciato

e minuscoli laghi fra le anse

dello stradello, e sassi

appuntiti, sporchi, gettati

per conficcarsi nei ginocchi.

C’è infine in fondo alle poche case

coi loro orti ben coltivati    

ai campi soli, ai giardini e alle aie

al filare di pioppi bassi,

c’è uno spazio infinito

un fossato senz’acqua

e fra le rive un volto misterioso

che nessuno ha mai cercato.

C’è solo questo.