mercoledì 15 febbraio 2012

Incontro con l'autore: Carla Saracino

Quindicesimo incontro con l’autore.
E’la volta di Carla Saracino, autrice della raccolta poetica I milioni di luoghi (Lietocolle , 2007), con la quale ha vinto il Premio Umberto Saba sezione Opera Prima.
Nella prefazione al volume, Mario Santagostini parla di “una energia, o coscienza in ombra che mette in discussione ogni eventuale verità e valore di percezioni, ricordi, frammenti di vita, tracce di passato”, dando vita ad una poetica che procede “per negazioni lievi o esplicite. E accumula dissolvenze, contro-epifanie”.

7 DOMANDE A...

CARLA SARACINO


Quali autori in particolare sono stati fondamentali per la tua formazione?

Su tutti, sicuramente, gli autori del Mediterraneo: dai metamorfici e visionari Bodini, Comi, Calogero, alla poesia greca di Dimulà, Elitis, Patrikios o quella spagnola di Barral e Gimferrer. Ma anche l’incantesimo di ghiaccio dei versi russi, rumeni o, per tornare in Italia, la scrittura dei poeti lucani. E tuttavia i maestri non cessano mai di essere scoperti, se un lettore vuole porsi nella condizione dell’ascolto e stare nell’ammirazione ed io devo molto pure ad autori come Zizzi, Tolusso, Leone, Di Spigno, da cui ho ricevuto e continuo a ricevere nutrimento, idee, occasioni. Leggo volentieri anche molti saggi di filosofia e storia medievale, li preferisco alla narrativa italiana  contemporanea che, quando non è autoreferenziale, mi sembra abbia la pretesa di dimostrare qualcosa mentre io confido nel fatto che la vera scrittura non cerchi di dimostrare, al limite di mostrare.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?
Una certa nostalgia per il non accaduto o per l’accaduto massimamente (che forse sono la stessa cosa), dunque una devastazione inutile, una sorta di compiacimento per ciò che è vano. Sì, direi d’essere attratta dal vano e che la mia ambizione in poesia sta nel raggiungerlo, raggiungere le terre del vano. Ciò che è vano si disperde e la parola poetica non chiede di meglio. Nella politica, negli affari economici, nelle mansioni del pretesto sociale, la parola deve contenere un peso e un valore che denotino, indichino, enumerino, ma lo stesso discorso non può essere applicato alla poesia. La poesia incenerisce le parole dopo averle inventate nella dimensione tenace e potente della moltiplicazione dell'immagine. Ciò che conta, in poesia, è il dimenticare: dimenticare tutto per prendere possesso di un'altra espressione di fiducia che non sta nelle categorie, non sta nelle ideologie, non sta nelle puerizie della abitudine, bensì nella massima nudità a cui possiamo tendere. Un po' come scrisse Bufalino nella sua Diceria dell'untore riferendosi alla possibilità di valicare la nostra morte per raggiungere quella altrui: <<Purché si lascino peste, uste, minuzie che conservano il nostro odore>>.  
Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?
Lo vivo in forme inquiete che a volte si assopiscono a volte si fanno febbrili e incontenibili. Attraverso giornate in cui credo fortemente nella scrittura e nella fiducia che essa stessa mi offre chiedendomi in cambio esercizi di pazienza e umiltà; in altri casi sono proprio io a ignorarla, trascurarla, mandarla via dal mio raggio di intenzioni e interessi perché troppo impegnata a vivere. O, forse, arriva a prendere nuovi aspetti, a mascherarsi, scambiarsi i ruoli nel quotidiano con qualcosa che non conosco e allora diventa invenzione, opportunità di comprensione. È un rapporto assolutamente duellante, un rapporto che implica tanta intima partecipazione, ma senza enfasi o pose da vedette, spesso non ci sono neanche effetti evidenti.
Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura oggi in Italia e qual è la funzione della poesia?

Generalmente non amo trarre conclusioni affrettate su qualcosa che riesco a controllare poco dal mio limitato punto di vista. Quando si tratta di dover constatare lo stato di salute di così grossi ed eterogenei fenomeni sociali quali sono quelli in cui ci troviamo a destreggiarci ogni giorno ed ogni giorno diversamente, m'irrigidisco perché davvero ho difficoltà. Ma ho l'impressione che la cultura italiana sia distratta, noncurante, perda di vista le voci più straordinarie e distinte che ci sono in circolazione, le personalità più eccezionali che ogni Paese in ogni secolo genera. Inoltre penso che abbia ostilità a cambiare costumi spacciati per estinti e che invece continuano a macerare e a produrre effetti obsoleti, avariati. Vorrei, questo sì, vivere in un Paese meno credulone, meno attaccato ai microclimi dell'orto di appartenenza e tutto proiettato verso un radicale progresso, un'evoluzione della mente, un'apertura del cervello, una scansione delle possibilità che, come un prisma, si schiudono e diventano entità di forza, di potenza, di coraggio.
Mi piacerebbe venisse anche offerta più fiducia a quelle donne che non sono le prime nemiche di se stesse, non blaterano slogan vetero-femministi per poi incoerentemente cadere nella lusinga dei rapporti di dipendenza (domestica, sentimentale, materiale), non stringono rapporti di competizione né mascherano le loro insicurezze e che duramente, ogni giorno, tentano di collaborare con la società al fine di migliorarla e portarla verso una direzione che non vada contro natura.
Cambierei anche il metodo di reclutamento degli insegnanti che lavorano nelle scuole. Li sceglierei sulla base di altri requisiti e non certamente secondo quelli dettati dall'attuale sistema.
Alla poesia non attribuisco funzioni. La poesia è superiore alle funzioni perché le annienta. La poesia crea e ricrea l'immaginario e la sostanza della vita di chi la sa leggere o scrivere; non produce nulla, proprio per questo accentua tutto ciò che di più importante esiste tra le nostre mani, cioè la consapevolezza che sentirsi felici e sentirsi falliti equivale a dire la stessa cosa e che a mutare è solo la forma attraverso cui, durante il tragitto, decidiamo di volgere la nostra volontà. In questo senso, alla poesia non interessa niente che non sia uno splendore di semplicità e accordo tra la vita etica e la vita estetica; niente che non sia l'eleganza di un cuore integro e riconoscente. Se proprio dobbiamo parlare di funzioni, allora la poesia deve fare questo: pronunciarsi sull'inutilità di ogni funzione.
Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?
Mi attrae il cinema e quei registi che sanno farlo e che sono artigiani del suono e dell'immagine. M'interessa lo stile con cui alcuni grandi maestri sanno affratellare musica e visione o l'acume di una sottigliezza strappata al dettaglio. Nel cinema è possibile sezionare un particolare ed entrarvi come fosse un bocciolo da dilaniare. Amo Visconti, il Weir di “Picnic ad Hanging Rock”, Wong Kar-wai e pochi altri che sono riusciti in questo.  
Un autore da riscoprire?
Sicuramente Lorenzo Calogero, uno dei più grandi poeti del Novecento.
Un libro da leggere assolutamente? 
I libri sono tre: Gli imperdonabili di Cristina Campo, Lettere a nessuno di Antonio Moresco e La casa cantoniera di Michelangelo Zizzi.

UNA POESIA DI CARLA SARACINO
Sono queste le età,
le età che cominciano, si fanno
diverse, non sentono gridi o echi
cauti, ma divertono, aprono folle
in questo quadro in cui sto vivendo
appoggiata con te a un filo
che la vita ha da poco intessuto,
sbrigliamo quel che si trova a pochi istanti
da noi, dal nostro mangiare, bere
questo dire della meraviglia
senza continuazione, questo vedere
in un volto l’altro volto potuto
questo essere nella natura cosa morta
che la natura ha già superato.

Tu mi dirai:
sii il tuo mattino,
sii la tua anima.

(da Almanacco dello Specchio 2010-2011, Mondadori)


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Carla Saracino (1980) è di Maruggio (Ta). Nel 2007 ha pubblicato I milioni di luoghi (Lietocolle, Premio Saba opera prima). Sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e, recentemente,  sull'Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori).
Ha scritto un libro per bambini, 14 fiabe ai 4 venti (Lupo, 2009). Per lo stesso editore è di prossima uscita Gli orologi del paese di Zaulù . 
Cura una rubrica di poesia per la rivista letteraria Le voci della Luna..
Insegna Lettere a Milano.