mercoledì 29 febbraio 2012

Gabriele Gabbia - Quell'abbraccio d'amore e di lotta di Giorgio Cesarano



Mantenere fulgido il ricordo. Questo il fondamento da cui prende abbrivio questo stralcio.
Giorgio Cesarano, classe 1928, nato a Milano da famiglia di piccola aristocrazia meridionale è stato senz'ombra di dubbio uno degli esponenti principali e più interessanti della nostra poesia del secondo novecento, “ora ingiustamente trascurato dai gretti modi vigenti” come ebbe a dire Giancarlo Majorino nella prefazione al poemetto inedito Il Chiostro di Cambridge, stampato nel 2007 per le edizioni “Il Faggio” di Milano – e, più in generale, dalla scarsa cultura mnestica di questo nostro disidratatissimo Paese.


L'avventura letteraria di Cesarano – irata, stratificata, ardua – prende le mosse nel lontano 1959 con la pubblicazione della raccolta di poesie giovanili L'erba bianca, con prefazione di Franco Fortini, che ne intuisce da subito il talento, per passare al fortunato “La pura verità”, premiato al premio letterario “Alte Ceccato” nel 1964, e al definitivo La tartaruga di Jastov del 1967, con cui la vicenda poetica dell'autore – per sua stessa volontà – s'interrompe e, definitivamente, cessa.


Cesarano infatti lascerà la vocazione e la pratica della poesia virando con forza, negli anni a seguire, verso quella Critica dell'utopia capitale – a suo avviso necessaria e ineludibile (ma destinata ahimé a rimanere incompiuta) – che lo vedrà dapprima impegnato nelle piazze e nelle occupazioni coatte – come ben si desume dal racconto-testimonianza I giorni del dissenso, pubblicato da Mondadori nel 1968 e precedentemente edito sotto forma di cronaca dalla rivista “Nuovi argomenti” con il titolo “La notte del Corriere” – e, successivamente, nell'analisi impietosa e sublime dell'ascesa inarrestabile di quel capitalismo che repentinamente andò sfaldando gli ideali rivoluzionari di mutamento ed emancipazione dalle pastoie della condizione umana appartenenti all'autore e ai suoi compagni.


Ciò che andò sfaldandosi però concretamente nella società di allora è divenuto, paradossalmente, ciò che solo successivamente si è potuto ravvisare come profetizzante e geniale nel cimento letterario post-poetico – senza nulla togliere al valore inestimabile dell'opera precedentemente suggellata – dell'autore milanese: la veemenza veridica della sua scrittura tutta, nitida e vivissima ancor ora.


Le righe icastiche che Cesarano ha dedicato alla sua teoria critica inverano infatti un connubio perfettamente riuscito di razionalità e irrazionalità, passione e verità, acume analitico, lungimiranza e invettiva asperrima, esplicate in una foggia letteraria altamente poetica, ineccepibile, permeata da un'oscura violenza e dominata dalla molteplicità di contraddittorie connivenze, dai paradossi e dagli ossimori, oltre che dal bagaglio culturale e dalla multiformità – dalla summa – delle esperienze dell'autore stesso.


Quel che s'intende qui fare mediante questo lacerto – proponendo qui sotto stralci desunti dalle sue pubblicazioni poetiche oltre che dal pamphlet-capolavoro Manuale di sopravvivenza (senz'altro dei tre volumi dedicati alla critica – con Apocalisse e rivoluzione, scritto a quattro mani con Gianni Collu, e Critica dell'utopia capitale – il più potentemente risoluto) –, è dunque offrire ai lettori senzienti uno spaccato di quel macrocosmo ragionevolmente indefinibile che è stata l'esperienza vitale e letteraria fattasi in Cesarano – come in qualsiasi altro autore degno di questo termine – tutt'uno con la propria esistenza, ricordandone la significatività, al di là della scelta tragica e irreversibile attestata da Cesarano stesso il 9 Maggio 1975, nell'appartamento di Via Lomazzo a Milano, ove viveva, arruolandosi – come scriveva Montale – nell'esercito di quegli “uomini che non si voltano”.


A noi dunque, ora – anche se tardivamente – il compito di farlo.



Gabriele Gabbia














               Da “La tartaruga di Jastov”, Mondadori,


Epitaffio

Gli altri che t'amano e io
– “è finita, finita, finita” –
gli altri che t'amano e tu e io
giustamente per sempre feroci,

noi che ci perdiamo sempre
apparendoci in lunghi corridoi,
noi siamo – tu bene della terra
inguaribile e noi di tanto niente

gli eroi vivi, le anime del niente –
siamo noi, gli altri che t'amano e io
– così finita finita finita –

i morti della vita, e tu la tersa
faccia che ci trattiene veri di dolore,
della sorte, della vita che è persa,

ultimo crampo di inguaribile amore.

*

Con educata e toscana voce per eufemismi
dici la tua imperfezione.
Dici dei due mariti dici dei genitori.
Mi spaccherei le mani per passarti
un grano verosimile d'amore.
Ma l'armoniosa cosa che sopra la tovaglia
(e in una sua intimità con l'aria buia
dove splende) risplende: l'armoniosa
testa, l'armoniosa viso – che mi commuove
e mi angustia e che mi frena
nella bocca il più delle parole – troppo
deboli, o troppo, ancora, intense
d'un mio dentro di me che quanto a me t'include
ma quanto al tuo sentirti qui di fronte
e al mio fissarti e nominarti altra
da me, esclusa, e con tutta la tua
vita – ecco la fitta
illogica che addolora i miei occhi:
il non averti fatta
io, non averti io generata come questa cosa
amabilmente intima dell'aria
buia e dei suoi suoni, dei quali, remissivo
patisco d'essere fin sulla pelle vestito e fino
alla pelle dentro nudo
in un gelo lampante, irrefutabile.



*


Con la testa sul mio cuscino
dormivi nei tuoi capelli
sanguiformi nell'alba

– ora ti guardo mentre perdi luce
piangendo nei tuoi capelli all'addio,
sul campo è l'ora dei pipistrelli –

debole come ora e tradito
da tanta mia spesa dolcezza
non sapevo vedere di te
che il nero, la cupa forma che mi assorbe

Con la testa sul mio cuscino
e questo che reggo sul mio gomito, mio
corpo, dai segni ancora di palestra e degli
strapiombi d'asfissia

a soffi il mare
vive per un momento in una
tenda spettrale

aveva i tuoi occhi
la ragazza che in questo stesso hotel
d'ironico nome Victoria

quand'ebbero gli anni principio d'amore
venne diritta, vita.

Gli occhi che ora si sognano, tuoi, chiusi
di me che discendendo li raggiungo.

Solo allungassi la mano
verso il soccorso della voce della
chiara serena Nina tutta certa.

Ma questo che reggo sul gomito, mio
corpo discende nel tuo sonno.

*

Come in margine al campo,
come all'angolo
tra siepe e fosso, in auto, e dove
la palta è calva è pesta è da topi è da carogne
di gatti è da cristi sfiancati da ammazzati
“io qui”
(mentre ci si abbracciava e tu
con le lagrime io con la voglia
d'avere finalmente una furibonda
voglia, non dolce, in quel momento
sospeso fra un dirotto stupro e adesso
mi piego di gola sul volante adesso
me ne frego e piango me ne frego e schianto)


“io qui” potrebbe girarmi di dire “se dovessi
scegliere di farla finita” cosa che non dico
e mi duole come a te secondo te la bocca
delle viscere e mando a memoria
luce smorta ancora tutte le foglie
persino una rasente
rondine, ma se è già inverno
ma se è già niente, già niente, ma se
basta. Tu alzi uno sguardo
di cuoio e “amore tu mi dai tanto”
dici “ e caro non sono capace di dare
niente” mi vedi partire
“non sono capace di vivere” immobile a un palmo
mi vedi che taglio la corda che me ne vado
“non sono capace di vivere senza te”
filando seduto morto a un palmo da te.





Da “Romanzi naturali”, a cura di Giovanni Raboni, Guanda, 1980.

(Buchmesse)

Erompe, si sprigiona la vampa, la fiamma delle
crêpes suzette e in altra lustra pagina
rosola nel suo fuoco s'indora lambito un
bonzo e ancora
in nuove gabbie (le più eleganti) grafiche s'allineano
i corpi non sai più se di pesci di vittime
di prodotti di sterminii d'atroci buongusti
di lampeggianti esauste verità
oh amico, amico e come s'allineano
le righe frante presto di milioni di versi
come ti si rinserra la gola s'asciuga l'occhio
l'avvilimento sprofonda nel muto te
infante che ammattisce tra giardini e patiboli
oh amico le paratie degli stand sono un implacabile
labirinto che ti riconduce stanchissimo sempre a te
che ora, accanto a me, tra i tuoi quasi chiusi occhi
l'immagine per un attimo colpisce
di un altissimo magro avido sdegnoso
d'affamato troppo veloce passo e odioso e losco
e giovane e rabbioso e d'incomprensibile
lingua ma muto ma volto altrove ma senza uno sguardo
per noi, di corsa, forse risibile: profeta.



Da “Manuale di sopravvivenza”, Dedalo, Bari, 1974.
Critica della passività”, capitolo primo.



4.

La personalità depressiva è il prodotto finale del capitale “opulento” (…). Come nascondersi la misura dell'impresa insita nell'affrontamento, per la vita e per la morte-in-vita di una coppia, se non postulando l'esigenza di “superare” la miseria della coppia? Quando l'imperativo sociale è deprimersi, ognuno è costretto a “vedere” il possibile e il desiderabile in ciò che non ha, sopprimendo all'istante ogni possibilità concreta e reale, sua e degli altri (i co-involti), di vivere il presente come il solo luogo dove nasce il “verso” della lotta non immaginaria. Il chiacchiericcio in cui si consumano le problematiche sull'esserci, “dice” soprattutto nell'opacità uniforme del suo timbro – e nelle posture contratte, da stitici, o eccessivamente lasse, da tramortiti – il contenuto giaculatorio, onanistico, e iterativo, del cerimoniale: un'eucarestia dell'assenza, celebrata innanzitutto per esorcizzare il terrore del presente. E' vero: anche la coppia è una prigione. Ma per uscirne, bisogna prima trovarsi nella prigione. E' necessario che la prigione contenga e recluda degli essere virtuali, che solo in quanto tali possono scoprirsi in grado realmente, e realmente desiderarlo, di evaderne. E per trovarsi (materialmente: esserci) nella prigione della coppia, occorre innanzitutto trovarsi, nella prigione del sé.

6.

Come ogni insurrezione, l'estasi, o anche il più semplice tendervi, è discontinua, negata alla durata e negata dalla durata, che è sempre (in questo “sempre” provvisorio che è il perdurare dell'alienazione) il tempo di una sottesa negatività. Ogni insurrezione conosce il suo limite, e deve riconoscerlo, nella sua eccezionalità, che è reversibilità: varco aperto, ab initio, per un ritorno alla stasi della norma, “inconscia” predisposizione, nel suo stesso modo di concretarsi, di “organizzarsi”, di tutti gli appigli concreti cui si afferrerà la debolezza per allestire la scena della resa. La resa immancabile. E' questo il limite della dimensione individuale della lotta per essere. Solo a livello di generalità, dunque di comunità totale, di specie, ogni singola lotta si cumula e si moltiplica nella potenza irreversibile del processo.


10.

La personalità depressiva, (…), è depressa soprattutto dal suo sapersi frammentata (…). Condizionata al contesto da un rigore carcerario. Incollata alla ripetizione e all'obbedienza. Ritagliata a millimetrica misura dai vari ruoli, definita senza resti dalla scenografia della presenza connotata. Nel sogno, e quando una residua scintilla di rivolta consenta di non cancellarlo, la somma catastrofica della frammentazione di sé torna, con il grido senza voce, a ri-piangere la tortura infantile. Al contrario la corporeità è unitaria e continua, presente a se stessa, essenzialmente inequivoca.


13.

L'“insurrezione erotica” è un prendere le armi. L'amore è un duello contro la morte quotidiana, contro il sacrificio perpetuo all'alterità-Io. L'estasi, l'uscita da sé, è la conquista momentanea dello spazio-tempo al di là dell'Io. (…) l'inizio della nascita. (…) Proprio perché è domestico, prossimo, socialmente squalificato, denigrato, devalorizzato, l'amore è il cavallo di Troia con cui l'eversione (…) si introduce nel necrotico continuum della sopravvivenza.

14.

(…) nessuno ritorna al punto di partenza, dopo un'insurrezione combattuta. La resa non restituisce alla tomba del “prima”. Si tratta pur sempre di “recedere oltre”. Non è un gioco di parole. Il dopo storico in cui la caduta si verifica, è comprovato dalla inane sollecitudine con cui si tenta di restaurare il prima. La coazione a ripetere, che è sempre una coazione a ricelebrare la propria morte al senso, non si verifica mai nell'identico contesto. L'“identità” smentisce se stessa quanto più calorosamente si sforza di affermarsi come il ritorno ciclico di un tempo immobile, come immobilità che si ripete. Ogni scena della resa trova diversi vittime e aguzzini. Qualcosa è accaduto: la lotta, il combattimento, che ha trasformato ognuno. Di poco? Mai il movimento è una questione di quantità. L'illusionismo dell'irrealtà quotidiana, cui apparentemente ri-conduce ogni resa, non può ingannare nessuno sulla realtà dei mutamenti effettivamente intercorsi.



23.

(…). Inchiodato alla tua nascita-morte, non potrai mai essere niente di più di quell'Io bambino, non potrai procedere che sempre più progredendo, non potrai riconoscerti che sempre più riconoscendoti e inorridendo. (…). Più la noia annichilisce il tuo desiderio, più la penitenza auto-analitica lo resuscita come il bisogno primario; la “fame” terrorizzata dell'infante che apprende di non poterla mai appagare.

31.

Come da sempre hanno saputo sciamani e stregoni, la morte è un prodotto sociale. Non esiste morte “naturale”, o “naturalmente accidentale”: ciascuno è assassinato, a partire da quando è “vivo”, da una volontà violentemente contraria al suo essere vivo. La morte naturale è degli animali, il semplice cessarsi. Degli uomini, la morte è il complesso soccombere alle condizioni generalizzate di non-vita.


40.

(…) La spontanea barbarie del capitale devasta spazio e tempo, nel tentativo ormai disperato di fermare il tempo e annichilire lo spazio. (…) l'urbanistica del capitale crea il deserto visibile in cui ogni prospettiva conduce ciascuno a smarrirsi. La pubblicità lo decora con le immagini di un eden che vi aggiunge il tocco catastrofico dell'irrisione. E' qui che la “cosa” avviene.

41.

(…) tutte le strade menano al niente, tutti i siti sono luoghi di resa. La “realtà”, è il deserto del reale. E tanto più ribadisce il suo vuoto, quanto più si adorna e immediatamente si concede. L'“agibilità” è il progresso sempre più allontanato dallo sforzo e dalla volontà. (…).

43.

(…). Chiunque si sente nel quotidiano come in un deserto, è a un passo soltanto dal cuore di tutti, poiché è a un passo soltanto dal proprio cuore. Non si tratta di arrestarsi, non si tratta di sedersi a piangere, di macerarsi nel digiuno, di costruirsi un'oasi. Si tratta, al contrario, di accennare con tutta la forza rimasta quel passo d'avvicinamento, quell'abbraccio d'amore e di lotta, che tanto sembra più assurdo quanto più il quotidiano appare deserto. E' in questo movimento che ciascuno potrà, nel perdurare del desiderio resistente all'annientamento oggettuale, scoprire in sé la presenza di quel programma storico che è la passione, e sentirsi pronto.



Da “L'insurrezione erotica
(Autocritica della corporeità metaforica)

3.

L'amore, prescrive il cinismo dei proverbi, è una lotta. Di questa saggezza miserabile si inorgoglisce il sorriso dei vili: a che vale, muoversi alla ricerca dell'estasi quando sai che non potrai trovare se non il corpo del niente, che il desiderio della fusione e della sortita dalla prigionia si conoscerà, stravolto, come un corpo a corpo di fantasmi? Se è anche vero che l'amore è una lotta, è più vero che la lotta è di ciascuno contro la propria miseria e contro la propria prigionia. Non si lotta contro l'altro, si lotta contro il sé.

4.

Sei mia, sono tua, la mia donna, il mio uomo: l'essere già si impone con il suo contenuto di niente. Eppure non è liquidando la fedeltà alla scelta, la temerarietà di un progetto comune, che si supera la pietrificazione e l'annientamento. Se è vero che due amanti giacciono l'uno “con” l'altro come due amuleti, o due figure di un gioco tetro, o due bracci di un congegno, è però vero che essi solo così trattengono, nella loro ostinazione a volere, e anche quando essa appare come un'immotivata coazione a distruggersi, il sogno di una cosa che va al di là della cosalità in cui giacciono, il progetto d'essere che effettivamente è la loro sola ragione d'esistere, il loro solo onore, e il solo onore che trapassi l'atrocità dell'infanzia.


5.

“E', in una parola, la fusione dell'essere visto come liberazione a partire dall'essere dell'amante” scrive ancora Bataille, e: “C'è in questa apparenza un'assurdità, un'orrenda mescolanza: ma, al di là dell'assurdità, della mescolanza, della sofferenza, splende una verità miracolosa. Vuole il caso che, tramite l'oggetto d'amore, sparita la complessità del mondo, l'amante scorga il fondo dell'essere, la semplicità dell'essere”. Ciò che l'amante vede nell'amato è la concretezza possibile esistente fuori di sé, nella generalità, di un progetto d'essere che è, al tempo stesso, suo e non-suo, squisitamente personale, individuale e unico e patentemente sovrapersonale, comunista, “storico”. L'indulgenza ipocrita con cui l'universo mondano tollera la presenza degli amanti maschera a malapena l'astio e l'intolleranza per ciò che sempre l'amore trasmette d'eversivo, e lo maschera facendosi forte sulla comicità patetica, sulla goffaggine degli amanti. Coloro che incespicano tenendosi per mano. Coloro che “si illudono”. La mondanità pregusta la vendetta storicamente preparata. Finirà, quell'amore, come tutti gli altri, nel risentimento e nel vuoto; si accomuneranno, quei comunisti, alla comunità dei relitti e della desolazione. Ah sì, l'orrenda mescolanza prepara effettivamente in anticipo una sconfitta certa. Finché la vita non sarà liberata, ogni battesimo è un memento mori, ogni abbeverata un avvelenamento.

6.

Tutto, “a conti fatti”, è illusorio nell'amore, se si tratta di fare i conti. L'essere amato equivale davvero, per chi lo fa oggetto d'amore, alla verità dell'essere: le equivale nel senso che ne è la cifra simbolica, la moneta-figura. L'oggetto è l'equivalente generale dell'essere, in una circolazione di capitale fittizio in cui l'essere ha per requisito essenziale quello di mancare. Non si capirà mai a sufficienza la portata positiva di ciò che è assenza. Ciò che manca è potente, ciò che manca si impone d'essere, di ciò che manca il processo nutre la sua dinamica inseguitrice.

7.

Si disperi chi vuole, di non avere: avrà pure saputo perché desiderava. Di tanto piangere mormorando in debolezza a margine, sulla vita che è fuggita, la vita se ne fotte, scorrendo per miliardi di esseri nuovi, fiume gonfio inarrestabile. La lotta passa attraverso i corpi accesi nella forza della passione. (…).


10.

(…) nessun mercenario della regia riuscirà mai a profanare la sacralità di quella corsa, la solennità di quella lotta, per quanto si incanaglisca a dilapidarne le immagini, ad affogarle nel gorgo della mercede che lo strangola, fecale. In questo ogni immagine conserva una sua innocenza: nel potere resistente dell'evocazione, e al tempo stesso, nell'evanescenza manifesta della sua natura di simulacro.


12.
Se due “persone” non possono mai veramente congiungersi, ma vieppiù separarsi, è dunque vero un altro proverbio della “Realpolitik”, secondo il quale l'estasi dell'uno comprende necessariamente la disillusione dell'altro? Si tratta ancora una volta della consumazione di un sacrificio? Da quando la schizofrenia è una condizione del sociale, ciascuno si guarda vivere sentendosi morire. Innanzitutto, chi è il soggetto reale: l'io che guarda? L'io che “agisce”? Alla soglia dell'estasi, uno dei due deve morire. E' questo, il sacrificio necessario. Ogni sortita da sé, è un'uccisione di sé.

17.

La vittima muore, gli spettatori partecipano d'un elemento che ne rivela la morte. Ma sono loro, gli spettatori, sono essi, i sicari. Ognuno conosce, nello strangolamento dell'ultimo e già remoto spasmo, queste presenze di esecutori. La fine dell'orgasmo è sempre un'esecuzione capitale. La testa cade nella testa dei giocattoli, il recipiente da cui sortirono ab initio gli spettri del pavor nocturnus.
Non finisce mai di riprodursi la medesima tragedia preverbale. Tutto qui? Soltanto a voler esser più realisti del re spodestato.


18.

(…). La vittima muore, dunque, e gli spettatori partecipano d'un elemento che ne rivela la morte. “Questo elemento è ciò che potremmo definire, usando la terminologia cara agli storici delle religioni, il sacro. Il sacro è esattamente la totalità dell'essere rivelato a coloro i quali, nel corso di una cerimonia contemplano la morte di un essere frammentario” (ibid., pp. 29-30). Sappiamo chi sono, gli spettatori. Va detto una volta per tutte che non esistono in nessun luogo spettatori innocenti di uno spettacolo, ma sempre esecutori di un rito: liturgia, sentenza, linciaggio. Sempre è uno spettacolo di morte. Ancora sempre sono tutti a morire. E ognuno muore in atterrita solitudine, ucciso da tutti gli altri. Ogni morte solitaria è insieme un massacro, ogni massacro un suicidio.


20.

Il corpo è forte. La sua caparbietà. Il resuscitare inesausto della fame, non è qui una dialettica? La scherma magistrale del desiderio ne è una lezione. La sacralità del piacere: la promessa. Nessuno, si dice, è capace di ricordare la sensazione dell'orgasmo. Là dove si verifica la fusione istantanea di corpo e mente, la memoria brucia come una valvola. La memoria è il terminale dell'apparato che disgiunge il corporeo dal mentale. La sensazione dalla riflessione. E' il custode vigilante del non-essere coatto. La memoria è la funzione del dimenticare, non del ricordare. Ogni censura, ogni rimozione, ogni rimozione della censura, è opera della memoria. Ogni oblio del proprio senso.
La memoria è il sigillo di garanzia del memento mori. Il sacro, questo apparire disparendo. Apparire dell'essere nella sostanza, disparire nella forma che la memoria cristallizza, per celarlo. Per farlo morto. Il senso vivo nascosto dalla forma che il senso morto immobilizza per occultarlo. Tutto questo “senso” nel dominio apocalittico del capitale. Tutte queste forme denudate di cazzi e fiche. Come sognare, ancora, freudianamente, spade, scrigni? Rupi, polle? In tutto questo filo spinato di peli pubici. Sperma glacé, glandi tostati, ostii brasati, alla mensa ufficiale dei cresimati. Questo il mio corpo, questo il mio sangue: Vostro Padre Capitale.

29.

(…). Ogni bambino sa, d'altronde, di che parlo: ogni bambino ucciso che resiste a spiegarsi nei sogni, rifacendosi strenuamente al principio, che è il principio della sua fine d'uomo. Si nasce alla morte, “questa” è la vita, questa la catena micidiale dei giorni, la quotidianità del non-essere. L'introibo è il sacrificio di sé. La continuità è il lutto di sé. L'intermittenza dell'essere,
l'insurrezione, la resistenza, la vera guerra civile, all'interno del palazzo dell'Io. Nessun Io gode nessun piacere. Al piacere – sintomo dell'essere – l'Io è sempre l'altro. Nessuna liturgia, nessun cerimoniale schiude all'Io l'accesso della gloria, nulla introduce il nulla alla totalità manifesta. “Esteriorità” e “interiorità” collimano, nella scorza riflettente della crisalide, corteccia e corpo straniato. Il piacere, la gioia, la gloria dell'essere, negazione della negazione, affermazione della soggettività denegata, spezzano in un solo movimento i sigilli alla cella della corporeità, le mura dell'edifizio-Io e le porte del Palazzo d'Inverno (...).

31.

(…). Le salme che la specie comincia e non finisce più di seppellire sono la testimonianza insopportabile di quanto i vivi seppelliscano ogni giorno in sé: di quanto resta di ogni “vita” erogata, salma-statua eloquente del tempo perduto. (…).

35.
Illudersi di superare la miseria claustrofobica della coppia aprendo l’“in sé” della coppia come un barattolo, e aprendolo dal basso, significa accontentarsi dello sgorgare melanconico di qualche liquido seminale, per svenderlo al primo acquirente come l'elisir della gioia socializzata. Non c'è coppia che possa resistere alla clausura del suo “in sé”. O vi muoiono entrambi i componenti, divenuti oggetti del vincolo che li contrae alla necrosi, o vi impazzisce almeno il meno morto (…).

55.
Ogni gesto apre, dissuggella, sprigiona, riconosce, libera, comincia. Per breve, per minacciato che sia dai più imperativi divieti e dalle labilità e impotenze, riconosciamo il senso insurrezionale dell'estasi. Disimpariamo a misconoscere i sensi. Crediamo, infine, ai nostri occhi, quando l'impossibilità osa negarsi.

60.
Ciascuno, nella cerchia, è parlato. Detto. Descritto. In presenza o in assenza. Sempre in un sotteso terrore. L'economia politica, trapassata corpo ed anima in psicologia politica, produce la personalità come la Cosa che è Detta, la rappresentazione coniata del valore creditizio, la carta di credito che torna, a ogni giro-girone circolatorio del giorno-ciclo, accresciuta di un profitto d'assenza. Essere nella cerchia: sussistere nella figura di sé, erogarvisi co-edificandola, questo prodotto collettivo che è la personalità dell'assenza.