mercoledì 18 gennaio 2012

Incontro con l'autore: Chandra Livia Candiani

Quattordicesimo incontro con l’autore.
E’ questa la volta di Chandra Livia Candiani, sicuramente una delle voci più originali e autentiche della nostra poesia contemporanea, di cui questo blog si è più volte occupato.
Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo il libro di fiabe Sogni del fiume del 2001 e la raccolta poetica Bevendo il tè con i morti del 2007.
Sue poesie sono uscite recentemente sull’ultimo numero della rivista “Nuovi argomenti”.

7 DOMANDE A...
CHANDRA LIVIA CANDIANI


Quali autori in particolare sono stati fondamentali per la tua formazione?

Partendo dall’inizio, Saint-Exupéry del Piccolo Principe e Pascoli. Non andavo ancora a scuola e sentendo mio fratello imparare a memoria La cavallina storna, pensai fulmineamente: “Da grande voglio scrivere in quella lingua.” Del Piccolo Principe amavo la solitudine, lo spaesamento planetario, e gli amori, la rosa, la volpe, il serpente, amori che lo spingevano via, lo facevano sentire ancora più solo. E poi gli autori russi che erano di casa. Una volta che corsi singhiozzando dalla mia nonna russa, dicendo che non avevo amici, che a scuola non piacevo a nessuno, lei rispose enigmatica: “Quando leggerai i romanzi russi, lì troverai i tuoi amici.” E mi ha indicato un sentiero pericoloso, perché in effetti sono diventata una bambina divoratrice di libri, non per amore della scrittura o della cultura, ma perché cercavo amici. E li ho trovati. Dall’infanzia mi è rimasto il bisogno di libri abitabili, libri in cui poter stare tutti interi, fare la conoscenza di qualcuno, accompagnarlo per un po’, vedere il suo percorso e possibilmente, e forse un po’ impudicamente, l’anima; non solo romanzi però, anche poesie e saggi aperti come quelli di Sklovskij o di Mandelstam che ti permettono un dimorare, sono vasti e caldi e accorati e ti danno una misura del mondo che lo rende più amichevole, più leggibile e più simpatico. E poi la poesia russa, Marina Cvetaeva sopra tutte e tutti, un grande amore. La sua scrittura appassionata e severa mi è stata maestra ma anche il suo modo di essere amante e scarsamente amata. “Esagerata, esagerata, cioè come nell’ora della nostra morte” ha scritto Marina, probabilmente ribattendo al giudizio sulla sua smisuratezza. Marina ha amato donne, uomini, bambini, animali, paesaggi, luoghi, case, libri con la stessa dismisura e imperiosità, con lo stesso senso tragico: io ti guardo mentre tu guardi da un’altra parte. Marina ha fatto dono della sua vita senza confezionarla, l’ha solo aperta con il bisturi precisissimo dei versi. Famelica. Mi ha nutrita e fatto sentire sorella, stessa famiglia, stesso sangue concentrato, stesso odore di kasha in corridoio, stessa fame. E Pasternak, soprattutto Le onde, ma anche Mia sorella la vita, e i suoi saggi e le lettere agli amici georgiani, e quelle a Marina  e a Rilke. Autori che aprono un modo di essere e non solo di scrivere. E ovviamente Rilke, la sua poesie religiosa, che cuce ovunque fili invisibili, nessi tra le cose, abitua all’abisso, quello sopra e quello sotto di noi, l’alto e il profondo, e dà mappe per l’attorno, mappe per gli orizzonti terrestri. Tutti autori che mi hanno fatto sentire meno pazza. In realtà, io ho sempre cercato di formarmi come essere umano e cerco di farlo tuttora, la poesia è un dono che arriva e lo prendo umilmente finché vorrà visitarmi. Non è romanticismo, è proprio un mestiere, il mestiere di ascoltatrice e assaggiatrice, assaggio quello che la vita mi manda, lo assaporo senza discussioni e poi ascolto e aspetto, certe volte molto trepidante, perfino furiosa e altre invece quieta e paziente, più raro, e poi arriva il dono, se sono vuota, se non chiacchiero vanamente con me e con le cose. E dopo ancora guardo, osservo, verifico se ho ascoltato bene o se ci sono interferenze, storture.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Difficile da dire. Forse posso saperlo solo con uno sguardo retrospettivo, perché non ho intenti, accompagno l’opera e l’opera mi accompagna, non so bene chi delle due fa l’altra. Ci sono periodi che mi sento opaca, terra a terra, anzi lombrico sotto terra e scavo e dormicchio nascosta, e poi proprio in quei periodi compatti e senza toni nascono le poesie migliori, le più segretamente intense, quelle all’insaputa di me. E allora so che avevano bisogno che l’io non interferisse, so che l’opacità era la trapunta sotto cui farmi stare zitta. È diverso vivere se scrivi o se non scrivi. Ora sto sistemando una raccolta in via di pubblicazione e faccio un lavoro da vecchio orologiaio, di precisione millimetrica o da chirurgo, un lavoro che da giovane avrei trovato blasfemo mentre ora mi sembra semplicemente umile, un interrogarsi su ogni singola parola: “Sei tu, sei proprio tu la parola giusta, necessaria?” e sento dove stride, dove non c’è fiato, dove sono entrata io o i miei automatismi linguistici, ecco così facendo noto temi ricorrenti. La notte per esempio. Che è proprio quelle ore di buio che viviamo tutti e che consideriamo un pezzo del giorno, ma non è, la notte è la notte, è una condizione dell’anima e del corpo, una dimensione, è il luogo della memoria, dell’oscurità e del senza forma, del non nato, dell’escluso dalla coscienza. La notte è uno stato e un animale. L’animale notte così gigantesco che non si capisce che forma ha. Ma è creatura vivente, non solo assenza di luce. Sai che c’è una proposta perché la notte diventi patrimonio dell’Unesco perché l’inquinamento luminoso la sta uccidendo? La notte ti dice tutto quello di cui manchi e anche tutto quello che rubi, che uccidi, tutte le tue dipendenze e le tue fughe, è veritiera. E parla in un modo che è molto toccante, non usa le parole eppure è un linguaggio, tocca, la notte tocca. Poi c’è la Via, molta mia poesia nasce dal sapere che seguo la Via e cercare di dire pezzettini di visioni durante la corsa. Perché io la Via la percorro correndo, non mi rilasso quasi mai, tutto sbagliato lo so, ma sono così e Dio, la vita, quel che è, mi perdonerà e forse già ridacchia un po’ di questo minuscolo essere tesissimo che percorre correndo la Via della quiete. Un’amica che ora non c’è più, mi disse una volta un po’ esasperata: “Chandra, tu pratichi come un cosacco!” Così è. E molte poesie nascono per gratitudine di questa vita spaziosa, vita che sa di essere viva, seguire un fiuto, il profumo della fiducia. Non so assolutamente in cosa, ma seguo un’invisibile stella cometa, a tentoni, cieca, ma so sempre e quasi subito quando sto deviando e deviare arricchisce molto ma è anche tanto bello tornare a casa, a casa sulla Via, a casa a brancolare. Nascono poesie che vedono nessi tra il pane e gli astri o tra il tavolo e le ali degli uccelli, la pioggia e la voce, il bosco e i sorrisi, cuciono e dicono grazie mille e non vogliono capire, solo cucire e cucire sempre. E poi c’è l’amore. Mi fa spavento scrivere questa parola, mi interessano tutti i tipi d’amore. Mi interessa come si fa a contenerli e come ci chiamano, come mai bussano e come mai noi bussiamo all’amore e che cos’è e quanti sono e che relazione c’è tra l’amore e gli amori e osservare gli animali e gli alberi e imparare altre grammatiche d’amore. Voglio conoscere i legami, dai più lievi ai più robusti, per esempio quando tengo seminari di poesia alle elementari, chiedo ai bambini di scrivere una poesia sul grazie più piccolo che sentono, mettiamo grazie alla sedia che ogni giorno mi regge, un bambino ha scritto: “Grazie al ciuccio che fa star zitta mia sorella.” Ci sono poesie che sono ritratti dal vivo di esseri che amo o che ho amato. L’amore mi fa sempre un male tremendo, lo riconosco così e poi perché mi disorienta e fa nuovo il mondo. Fa diventare il mondo come un urlo. Ma tu parlavi di caratteristiche non di temi. Forse allora è lo studio ripetuto e rispettoso degli a capo. Sto tantissimo in ascolto degli a capo, li leggo e li rileggo, mi sospendo a loro come si farebbe con un baratro, sento se il verso successivo ha avuto rispetto della cesura, del silenzio, se ne conserva traccia o se fa finta di niente e prosegue, se toglie, copre smarrimento o si lascia dire da quella vertigine. E ultimamente curo la punteggiatura, altra cosa che aborrivo da giovane, poi ho incontrato amici stranieri che avendo già difficoltà con la mia lingua mi chiedevano di mettere qualche virgola, per favore, per raccapezzarsi di più, per potersi orientare. Ero un po’ seccata all’inizio e superba, ma ho provato qui e là e ho scoperto che come per gli a capo, si apriva l’orizzonte della partitura musicale, che la punteggiatura muoveva le parole in modo differente e le sfumava: allegro ma non troppo, vivace con brio, presto, andantino. Grazie amici!

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

La poesia fa parte della mia vita, è il mio modo di trasformare quello che mi coglie impreparata, di dare voce a quello che non ce l’ha, come me stessa. E come gli oggetti. E gli animali, gli alberi, gli esseri timidi, i morti. Sono stata muta per anni e anni, soprattutto nell’adolescenza, aspettavo la parola. Ma sembravo solo stupida. La poesia mi ha dato voce. Mi sorprende. Quando leggo una mia poesia so come sto e dove sono, non prima. Non è mai espressione di quel che so già, se no che noia sarebbe! Lo chiedo anche ai bambini: non scrivete quello che sapete già, se no ci annoiamo. Quindi per me la poesia è attesa. Spesso, se non arriva da un po’ penso che non saprò mai più scriverne una, penso: ma che cos’è? Ma come si farà mai? E sono sincera, proprio stupefatta e perplessa. Poi ritorna e so come si fa. “È questione di mani” dice Marina Cvetaeva e penso che sia vero, è un modo di guardare il mondo, di ricevere la vita, ma anche di impastarla e di fare il mondo. Come il pane, certo che c’è l’acqua, la farina, il sale, ma restano ingredienti soli se non ci sono le mani che li impastano, mani e calore. Il resto della scrittura sono le lettere, ormai mail, se mi scrivono rispondo sempre e con qualcuno, raramente, ma nasce un piccolo carteggio che poi finisce da sé, come un sentiero che sbocca a una strada o si perde nel fitto. Non scrivo per allenarmi, non tengo diari, certe volte piccoli appunti sul mio dolore, ma nient’altro. Mi alleno vivendo, cercando di essere sveglia, al bene e al male e ringraziando. Penso che la gratitudine sia una soglia importante della poesia. Ai bambini faccio praticare, per scrivere, il silenzio, la gratitudine e il sostare sulla porta dei sensi, attenti come sentinelle e morbidi come gatti. Il mio rapporto con la scrittura è abbastanza religioso, certe volte prego la poesia di tornare oppure benedico tutti gli animali che incontro e gli chiedo di inviarmela, tipo in una passeggiata in campagna, mi imbatto in uno scarabeo: “Bello scarabeo, con la tua corazzetta iridescente, vedo l’oro, vedo il verde, mandami una poesia altrettanto sorprendente.” Da tutto questo si può dedurre probabilmente che ho una relazione costante e inscalfibile con l’infanzia. In effetti, io so di essere vera e  sana e piantata nella vita quando avverto un soffio d’infanzia.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura oggi in Italia e qual è la funzione della poesia?

Non lo so. Io di lavoro per sopravvivere faccio la traduttrice e la giornata di un traduttore è molto particolare. Si sta sempre soli. Non si hanno orari. Si lavora a un testo non tuo, certe volte estraneo, anche una lingua diversa e decifri e riscrivi e devi toglierti eppure esserci e risuonare. Si mangia a tutte le ore e ci si fanno tanti tè, non so come mai resto magrissima. Quindi si sa quasi niente del mondo, certe volte non esco per giorni, poi mi accorgo e allora faccio quattro passi. Mi sembra comunque che in generale si legga poco e male, che le persone, almeno quelle che conosco un po’, non sappiano come orientarsi nell’ammasso di libri che ci sono in giro. La poesia poi non la calcolano proprio come possibile lettura. Sono rimasti a scuola, quando le poesie si traducevano, quelle già in italiano, le si trasformava in prosa o le si spiegava con un sacco di note che distruggevano i segreti, gli accenni, le sfumature e la loro necessità di dire in quel modo e solo in quello. Certe volte qualcuno mi dice: “Ma sai che dopo che ho letto le tue poesie, ho cominciato ad apprezzare la poesia, a cercarla?” Eh sì, siccome hanno avuto vicino un poeta, la poesia non gli sembra più così lontana o accademica o romantica. È luce, lama viva sulle cose del mondo. Certe volte, sento parlare qualche poeta e mi spavento, perché si muove con molto agio nella letteratura, nella storia della poesia, nella cultura. Io no, sono a disagio, zampetto di qua e di là, ho sempre studiato male, senza metodo, divorando o tenendo la bocca serrata, dipendendo molto da gusti viscerali e appetiti. Fame di poesia. E per poesia io intendo toccare i veli, le coperture del mondo, far tremare i bordi, presentire l’abisso e sentire che magari sì mi posso anche buttare prima o poi. La poesia per me è religione, scienza dei legami, profezia della vita. La poesia è futura, dice il futuro senza volerlo, senza proclami, è che vive dopo di noi, oltre noi. E anche dice il male del mondo, tutto il suo grande male, non proclamando o spiegando, ma con semplice compassione, gesto di mano che si allunga verso altra mano. La poesia è il prossimo. Basta camminare per strada per accorgersi che per la maggior parte dei passanti l’altro non esiste. Inciampiamo nell’altro, teniamo tutto il marciapiede, non lo vediamo l’altro, non lo calcoliamo nella nostra prospettiva tutta orientata a una meta. La poesia dice che l’altro c’è. E si inchina al male e non solo al bene. Accoglie e condivide. È comunione. Karen Blixen ha scritto: «Ogni dolore può essere sopportato se lo si narra o se ne fa una storia».

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

Mi piace la danza, soprattutto quella che si vede che ha studiato i matti e i bambini e i gesti quotidiani, il teatro se non è finzione, non sopporto stare lì a guardare sapendo che gli attori fanno finta, mi piace il teatro che succede, che è corpi in tensione di espressione, di linguaggio. E poi il cinema, tantissimo, mi ha aiutato varie volte a vivere. Della musica ho paura e anche bisogno, ho periodi di digiuno totale dallo spavento che mi fa e altri che la sento tanto e mi lascio toccare, introdurre al cuore, che è luogo spaventosamente sconosciuto e non la sede delle emozioni, quella è la pancia. E mi piace la pittura e la scultura. Soprattutto se c’è visione. E raccolgo quello che trovo per strada o in campagna e faccio ‘lavoretti’, non saprei come definirli, metto insieme pezzetti rifiutati di mondo e costruisco paesaggi o figure o sogni infantili, come angeli o animali protettori. Sono visioni minime. Un modo per ricomporre mondi dalla spazzatura. Un po’ come ha fatto la poesia con la mia vita, con me.

Un autore da riscoprire?

Mah! Pasternak, credo, il poeta, ma anche il saggista e il Dottor Zivago, un romanzo scritto da un poeta. E Mandelstam, senz’altro Mandelstam.

Un libro da leggere assolutamente?

Posso dirne due? Anne Michaels, In fuga. E il Diario di Etty Hillesum. Ma se me lo chiedi tra un’ora, ho già cambiato.


UNA POESIA INEDITA DI CHANDRA LIVIA CANDIANI
Il mio dolore è un bambino buio
sta in piedi contro il vento
con i pugni sugli occhi
e la camicia spalancata al gelo
ha le tasche di pietra
nevica
sul suo corpo d’alfabeto
e  sulle mani,
per un’imprecisione di colomba
manca il suo destino.
La mia gioia
è un ruggito silenzioso
uno sfondo fiorito
che delicatamente divora
le figure, manda in frantumi,
cantando, i vetri degli occhi,
crepita la tenerezza dell’istante,
il suo agguato. Non c’è
dolore e non c’è
gioia, nella pianura del petto
passano le montagne,
gli uccelli fermi sul tempo
mi chiamano con nomi ingenui
e tessono i fili di un’insicura
scala, di una via
che dissolve l’uscita.

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Chandra Livia Candiani è nata nel 1952 a Milano dove vive.
Traduce dall’inglese testi buddhisti.
Ha pubblicato il libro "Fiabe vegetali", Aelia Laelia 1984.
I librettini del Pulcino Elefante: "Una poesia", Il pulcino elefante, 1996.  “Ritratto”, Il pulcino elefante, 1998. “Sonatina per gatto”, Il pulcino elefante, 2004.
Il libro di fiabe “Sogni del fiume”, La biblioteca di Vivarium, 2001.
Nel 2001 ha vinto il premio Montale per l’inedito.
I libri di poesia: “Io con vestito leggero”, Campanotto 2005; “La nave di nebbia. Ninnananne per il mondo”, La biblioteca di Vivarium 2005; “La porta”, La biblioteca di Vivarium 2006; “Bevendo il tè con i morti”, Viennepierre 2007 con cui ha vinto il premio Baghetta.
Conduce seminari di poesia nelle scuole elementari e gruppi di meditazione per adulti.