giovedì 12 gennaio 2012

Gabriele Gabbia - La terra franata dei nomi



GABRIELE GABBIA – LA TERRA FRANATA DEI NOMI (prefazione di Mauro Germani) – EDITRICE L’ARCOLAIO 2011

Con questo suo volume d’esordio, Gabriele Gabbia penetra nel frammento, nella sua voce scissa eppure ineluttabile, attraversata da profonde tensioni endogene. Il misterioso epicentro della “frana”, della forza tellurica che ci consegna questi testi, risiede in quell’altrove della scrittura che è all’origine di ogni scrittura, in quel baratro, in quell’abisso da cui cercano di risalire i versi nella loro indifesa, implacabile nudità.

E’ bene sottolineare che non si tratta di una nostalgia per un’origine unitaria perduta, che probabilmente non c’è mai stata, quanto piuttosto della testimonianza di una parola sofferta, dilaniata, combattuta.
Ciò che compare sulla pagina è l’orma, la traccia di qualcosa che già da sempre reca in sé il dramma di una ferita che è lotta, luogo di una contesa continua, segnata dalla mancanza, destinata inesorabilmente al nulla, perché – come ebbe modo di scrivere il grande Edmond Jabès – “la scrittura non è mai una vittoria sul nulla, ma l’esplorazione del nulla attraverso il vocabolo”.

La poetica del frammento non deve però essere intesa qui come sospensione, vaghezza che resta a mezz’aria, indeterminatezza lessicale.
La contrattura dei versi di Gabbia è invece dominata da una fisicità lacerata, da uno spasmodico contrasto che passa inevitabilmente dal corpo, dal suo paradosso di intimità e lontananza insieme, alla ricerca di una identità impossibile. Ogni frammento è un mondo separato, un microcosmo intensamente stratificato, percorso da una voce che si spezza in un’altra voce – come evidenzia l’uso del corsivo all’interno dei testi, creando così una poesia nella poesia -  ai bordi di un precipizio, di un annullamento, in un’atmosfera che talvolta fa pensare a Beckett.

[…]

Gabriele Gabbia ci introduce nel suo percorso poetico, disseminato di frammenti che sottendono una precisa qualità metonimica, ovvero la capacità di essere parti che in realtà sono sempre tutto, pur nella loro interna lacerazione e nella loro contrazione:  segni ciascuno della sismicità dell’esistenza, dei suoi irrimediabili urti ed antagonismi, della sua inequivocabile tragicità. E l’opposizione interna, che sovente innerva, sostiene ed allarma i testi nello sdoppiamento della voce, è ben resa da allitterazioni e paronomasie volte a configurare una specularità dell’opposizione stessa, in una sorta di ribaltamento dei contrari che mina fortemente ogni processo d’identità, travolto e stravolto dal tutto/nulla dell’assenza.

[…]

 Ciò che ci appare è un percorso poetico incentrato su una ben precisa tematica esistenziale, che dall’evento-trauma della nascita si snoda attraverso le tappe drammatiche, controverse, agoniche, di un itinerario che si arresta proprio davanti allo scacco dell’Io ed alla sua impossibile identità.

Ne risulta un libro di indubbio valore ed interesse, i cui versi, tragici e intransigenti, rivelano non solo una vocazione autentica ed esclusiva per la poesia, ma anche l’obbedienza ad una scrittura di verità e di destino.

(dalla Prefazione)

daDiatribe dal ventre”

I

Dimora negli intestini
la terra franata dei nomi.

Là, dove nessuno sa.

Dove non c’è dove
ogni cosa
è radice d’abisso.


Là fiorì il tuo nome.

II

Era quel nome a conoscerti
nella sua pena in causa,
mentre fuori
la consuetudine interna,
lede
il suo grembo:

                        lo strattona:
                        lo cancella.




da  Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla”

VII

Talvolta ti atterra il corpo addosso
ed è il cupo gorgoglio di un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti – per storni. Il corpo –
un ceppo – si allontana dallo sguardo
-suo epicentro, suo traguardo – nel candore
stridulo delle cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la voce
si ascolta una volta sola, mentre tutto
non torna – è molto diverso – ricomincia.


XII

Un primo temporale –

T’intercetta
il suo testamento. Tu solo
vi fai approdo: ora
l’ora ti riguarda, assembra,
l’istanza
capitola a terra. Al fine
lo spazio che attornia
t’affranca:
ora (anche tu)
     sei aria
            assolta.


XVIII

Ho sempre guardato, guardato,
dal nulla cui vedo
i corpi della soglia,
laddove sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta
d’un nulla.


XXXII

Stamani avrei voluto stringerla quella vita
quella bellezza – tutto
quell’autunno al cospetto degli occhi.
                                       Ma la bellezza
non si stringe non si possiede –
si contiene si contempla si lascia.


daIo”

XLIX

Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi,
dopo di me, quando
solo, soffierò
lo sguardo, da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.


LIV

Con occhi sempre nuovi
hai abitato
una forza indistinta. L’hai subita
donata diffranta, ed era
il senso del vivere che si apriva
-era te-: quel
silenzio ridotto alla parola.


LXIII

Il battito della stanza
coagulato, si fermava,
ci assaliva, un tempo
senza tempo, un ascolto
in ascesa. Il rumore
era un cerchio lontano. Tutto
era fermo, mentre tu, procedevi –
eri tutti.