martedì 13 dicembre 2011

Mauro Germani - Aforismi

04/10/2011
deserto
  



Si dice che nel deserto si senta maggiormente la presenza della morte. Lì è il poeta.


L’arte vera è abissale, ci interroga lungo i bordi del silenzio, ci fa comprendere che noi non bastiamo a noi stessi.


Il buio ci rivela ciò che non riusciamo mai a cogliere, ma che sentiamo profondamente nostro.


Viviamo tutti in una zona di confine, un luogo provvisorio ed incerto, dove nulla è ben definito e i nostri corpi, i nostri volti si cercano nella penombra.


La poesia deriva non da ciò che si ha, ma da ciò che ci manca.


Chi non sa vivere sceglie la scrittura per accorgersi poi troppo tardi che anche quest’ultima è un fallimento.


Mallarmè scrisse che il mondo esiste per giustificare un libro. Ma quale libro potrà mai giustificare il mondo?


Che se ne fa questo mondo dello scandalo della Poesia?


Artaud scrisse che la poesia parte molto di più dalla necessità di parola che dalla parola già formata. La scrittura poetica è da intendersi dunque come compimento di ciò che non si può compiere.


Conosco bene la solitudine e la tristezza di chi scrive, a capo chino, sotto il lume tenue di una lampada … E’ come il custode di un segreto dimenticato, un usciere senza divisa, un funambolo innamorato dell’impossibile …


Ogni sguardo è destino.


I disegni delle vene, il loro pulsare segreto, una strana dolcezza … E’ la fragilità dell’esistenza, qualcosa che al solo pensiero ci fa venir meno.


La ricerca del piacere è sempre una ricerca da disperati.


Ciò che ci capita è sempre la conferma di qualcosa a cui non vogliamo o non possiamo credere fino in fondo.


C’è nel dolore una voce remota e notturna, un’anima persa e lacerata che s’attacca desolata al corpo.


La scrittura, come afferma Jabès, non è mai una vittoria sul nulla, ma al contrario un’esplorazione del nulla attraverso il vocabolo.


A chi o a che cosa apparteniamo? Chi abbiamo abbandonato o da chi siamo stati abbandonati?


Si scrive tra l’orrore e l’estasi.


C’è un mistero del corpo che nessuna scienza potrà mai svelare.


 Molteplici sono le illusioni prodotte dall’Io, tra cui l’Io stesso.


Oh, sofferenza della non identità, malattia mortale, rantolo dell’anima senza nome!


Il poeta è un abitatore di rovine.


Si può amare un corpo per conoscerne l’anima segreta? La luce degli occhi, le sfumature della pelle, i disegni azzurri e delicati delle vene dove ci portano? Quasi mai ci attende ciò che si era immaginato. In fondo in fondo non troviamo che la vertigine, il riflesso del nostro smarrimento o di un insondabile mistero.


Non usciremo mai dal nostro oblio. Incapaci di ricordare chi siamo veramente, vaghiamo come sonnambuli nella notte del mondo.


Pare che oggi il pensiero sia in disuso. Si preferisce un’incoscienza continua e quotidiana, un’abulia della mente e dell’anima, uno stato di passività che rasenta l’idiozia.


Chi è senza soccorso, chi precipita nella notte del mondo.
Chi cerca e poi trova la propria agonia fra le stelle e la polvere, laggiù, dove non c’è più volto, più niente …


C’è nella rinuncia sempre qualcosa di grande, che affascina e che spaventa.


I vivi sono – rispetto ai morti – un’esigua minoranza, ma fingono di non saperlo.


Scrivere perdutamente, scrivere per perdersi, perdersi per scrivere. O più semplicemente: perdere.


Commettiamo sempre lo stesso errore, con infinite, minime variazioni.


Noi siamo il nostro sangue. Non si può sfuggire alla sua verità. Quando scorre, capiamo che porta con sé qualcosa di tremendo e di misterioso: è l’effusione dell’anima, ma anche il grido muto della terra, l’ineluttabilità del nostro destino.


Se tutto è superfluo, noi e il mondo e il mistero di entrambi, come ebbe a scrivere Pessoa, allora il nulla assume un’importanza davvero grande e sconvolgente. Solo l’impossibile potrebbe comprenderlo e la verità sarebbe per sempre pura e lontana, irraggiungibile come una stella nella notte della nostra assenza.


Siamo tutti soldati senza una patria, né un esercito per cui combattere.


Questa terra che crediamo nostra. Questa terra a cui tornerà il nostro corpo. Questo granello di polvere. Questa polvere.


C’è una verità che la parola poetica sa, ma non riesce mai a dire completamente.


Ognuno scrive il proprio silenzio.