sabato 10 dicembre 2011

Livia Candiani - Tre poesie inedite

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*
Amo il bianco tra le parole,
il loro margine ardente,
amo quando taci
e quando riprendi a parlare,
amo la parola che galleggia
solitaria
sullo specchio buio del vocabolario,
e quando sborda, va alla deriva
con deciso smarrimento,
quando si oscura
e quando si spezza,
si fa ombra.
Quando veste il mondo,
quando lo rivela,
quando fa mappa,
quando fa destino.
Amo quando è imminente
e quando si schianta.
quando è straniera,
quando straniera sono io
nella sua ipotetica terra,
amo quello che resta,
dopo la parola detta,
non detta. E quando è proibita
e pronunciata lo stesso,
quando si cerca e si vela,
quando si sposa
e quando è realtà dei muri
e quando sfracellarsi al suolo,
quando scorre candida
e corre per prima a bere,
e quando preme alla gola,
spinge all'aperto,
quando è presa a prestito,
quando mi impresta al discorso
dell'altro, quando mi abbandona.
Non voglio una parola di troppo,
voglio un silenzio a dirotto,
non un commercio tra mutezza e voce,
ma una breccia,
una ferita che allarga luce,
un sottosuolo della musica.
Dammi un amore che precipita -
parola.

*
A Paul Celan
che ha bevuto tutta
la Senna


So il punto esatto
in cui Celan ha rinunciato
a dire,
quando il fiume
testimonia per noi
annegandoci:
'mai più'
allora
è una parola senza
sbavature,
precisa,
non un caro saluto
dalla finestra,
un fazzoletto
che si spegne nel buio.

Di sorso in sorso
diventare acqua.

Un profugo dell'infanzia
non ha intimità con la notte,
è notte.
Verrà mai una distanza amica?
Oltre il silenzio che ti spinge
alle spalle come vento forte
e catrame nelle orecchire,
un suono che diventa voce
nelle case degli altri,
qui solo suoni che si fanno
rumori senza familiarità,
verrà mai una notte amica?
Un punto di vista
anziché un precipizio?

Di sorso in sorso
diventare acqua.

'Ognuno ha la sua vita'
dicono i vivi con le carte in regola
per superare la differenza luce-tenebra,
ma assetati sono i testimoni
del niente,
il pozzo del costato
riempito di lacrime
zuccherine dove galleggiano
le storie d'altri,
le loro case, le loro possibilità
di somiglianze. Non ha simili
il testimone emozionato,
tutto sussurra,
le tracce perdono l'equilibrio:
non bussare ai vetri,
non urlare nel corso della notte.

Di sorso in sorso
diventare acqua.

Un cuore di sabbia
ha il profugo dell'iride,
le lacrime restano, sole,
un piccolo animale buio
nel pugno, chiuso.
Apre sipari e lacera veli,
col pugnale affilato
della memoria genera
nomi, un minuscolo bambino
scampato al niente ha ferite
invisibili,
toccale
tutte
una per una
contandole
fino al forno del silenzio
piano: una due tre
diecimila e diecimila
settecento: le prove
esistono solo per il male.
Il male cìè.
Tranquilla la mano
lo sfiora
e lo corrompe.

Di sorso in sorso
diventare acqua.


*
Che cosa trema nel pensiero
e che cosa nel sentire
si fa orizzonte?
Le parole nascono
tra noi
noi questo pane buono
del corpo
questo alveare.
Volontariamente sconosciuto
maestro, sgusciandomi
via
mi dai
alla luce.
Affittata al respiro
percorro strade di fiato
che si fanno scene
discretamente ritirandosi
dinnanzi alla forsennata pace
che non cede al bisogno
di capire, C'è un al di là
dell'amore c'è il riposo
da io e tu, solitudine
è essere di tutti. Noi
in cerca di qualcosa di meno,
una calda mano sul capo
capelli inzuppati di benedizioni.
Accettare che la neve
non ci riconosca,
non ci riconosca
l'albero, accettare
che ci salvino
senza proferire parola
senza cura.


da Splinder, 18 marzo 2010