martedì 13 dicembre 2011

Jonata Sabbioni recensisce "Stato di vigilanza" di Gianfranco Fabbri

06/09/2011
stato di vigilanza
GIANFRANCO FABBRI – STATO DI VIGILANZA – MANNI 2006

Probabilmente è dal silenzio che la poesia nasce. E da un punto, nel reale del silenzio. Nasce per poi allargarsi, espandere il suo muovere fino a prendere tutto. Per trovare nel tutto il suo stato. L’unico stato possibile. E se poi la poesia nascesse dal minimo delle cose, dall’infinitesimo atomo, e dall’essenza della parola, quello stato d’essere così prezioso, acquisirebbe anche un altro marchio d’origine. Il suo principio sarebbe la purezza della verità . La verità che origina dall’epifania del reale. E dalla sua perfetta conoscenza. Gianfranco Fabbri nel suo Stato di Vigilanza (Manni, 2006) è pronto a indicarci questo percorso: dall’”urgenza” del reale alla sua comprensione, dallo spazio ignaro della sospensione alla luce dell’esistenza, con e dentro la realtà.Nella prefazione al libro, Nicola Vacca intuisce che il poeta non percepisce la realtà come dimensione inattesa. Essa però è sorprendente. Questo perché ciò che la realtà contiene e narra è concretamente poetico e universale e il lettore non può ignorarlo. E il poeta non può oscurarlo. Lo stato di vigilanza che Fabbri invoca e mette in atto è quindi rivolto fuori e dentro di sé. E’ un invito, pure, a chi può credere che l’essenza del pensiero venga prima del pensiero stesso. Che la luce della parola possa precedere la sua formulazione completa. Ecco perché lo stesso Vacca definisce Fabbri come poeta“minimalista metafisico”: è nella verità sensibile, soprattutto in quella minimale,  l’origine del nostro esserci. E solo l’attenzione al reale ci dà diritto alla piena sua astrazione. E alla più autentica accettazione della nostra sensibilità altra. Altra da noi, se solo riuscissimo ad accettare la poesia come unico tramite verso la grazia. O verso la sconfitta definitiva, che nella grazia può compiersi.
Dalla prima sezione, Prima del Radiogramma, e dalle prime poesie, sappiamo che la percezione di una “coscienza” che può esternarsi dal proprio nome sarà una sensazione costante. Inoltre siamo condotti dal poeta verso l’evidenza dell’ascolto. La tensione verso quella parte del pensiero che risiede in un ambiente primordiale, uterino, onirico e, in quanto tale, autentico può condurre al panico, alla vertigine delle “tue profondità” che “non ti rispondono” ma solo fino a che proprio “nel tuo fondo” si trovi la protezione geometrica del tempo che “si riavvolge attorno”. Fino a che si riesca a chiamare “le cose col nome delle cose” e si abbia la forza della Presa di Posizione (titolo della sezione successiva) verso se stessi e la realtà che contiene e permea.
Questa intenzione di presa di posizione è contenuta in una sorta di dialogo. In esso gli Elementi, la luce in primo luogo ma anche l’acqua e il suono, si fanno concreti suggerimenti all’investigazione della natura, non solo umana. La Parola si fa “lama del pugnale”, come nella poetessa  tedesca Hilde Domin quando scrive: “Un coltello può essere poco affilato. / Un coltello molte volte/ manca il cuore./ La parola no.” In Fabbri  “Anche l’odio è un oggetto tagliente” e ha un suo significato. Mentre “l’amore cos’è?”. Probabilmente, dice il poeta, l’amore trova piena definizione nell’annullamento dell’istinto e nell’apparenza della morte. Esso è l’unico sentimento “rimasto senza parole”. E senza metafore.
La terza sezione, quella centrale e più corposa, ha titolo: Gli oggetti, i sogni e l’altra vita. Essa sembra volersi assumere il compito di chiarire la poetica della realtà e della magia, del sogno appunto, che su di essa galleggia. “Come se fosse un gioco”, i resti di vita (“i resti dei carcami”), gli ossi montaliani, hanno la forza della casualità e “la dovizia di chi parte all’assalto” per “scovare / l’assoluta disfatta.” In questa parte dell’opera compare con la pienezza della lucida inspirazione la proiezione del tempo ultimo della morte: senza pretese di esegesi, ciò che colpisce, ancora una volta, è la nettezza delle immagini e delle suggestioni, il vaso di peltro che diventa tempio, una danza nella discesa dell’anima nell’Ade mentre passa un tg... È il mistero della poesia come vocazione all’altrove, la tensione inesausta dell’andare “ovunque sia possibile dipingere” che conduce all’abbandono e poi “declina in una gioia”. Il campo semantico della spiritualità non si esaurisce; anzi esso richiama continuamente il poeta verso i suoi segni disseminati nelle cose e negli eventi. Una trascendenza codificata, certo, ma anche profondamente antica.
Questa rassegna dello sguardo prosegue nella sezione seguente, la quarta (Un altro mondo, a caso), in cui chiaro è il presentimento della coscienza come elemento cui affidarsi e di cui fidarsi: anche quando esso conduce “in fuga” verso il fondo.
Alla quinta parte, La cosa detta amore è pressappoco fragola, è consegnata la spiegazione, ironica e amarissima, della morte e dei suoi riti. È “dall’interno” che la morte “ti porta i suoi doni”: l’ansia che sembrava prendere finisce in una canzone che lascia presagire un futuro. Nonostante tutto.
Lo Stato di vigilanza di cui volevamo sapere i confini e i segreti è l’ultima sezione. Esso nasce dall’attenzione al dato, al “minimo del mondo”. Solo da esso può originare la consuetudine all’osservazione e all’urgenza. Poi occorre il coraggio di farsi male, usare una lama “che fenda decisa / la vena”. Il dolore, dice il poeta, deve essere noto, come la scomposizione del paesaggio rassicurante del reale. Il poeta deve fermare le cose, deve scollegare i meccanismi, se intende conoscere e  riconoscersi. L’”agnizione / del vero” non può rimanereteorica: è il sogno, adesso, che pretende una logica e un senso.
Gianfranco Fabbri ha un proposito, con il suo libro. La parola, vuole dirci, è un viaggio dal cielo al fondo. È un viaggio di andata e ritorno, ovviamente, perché la spoliazione nella nudità dell’essenza, è conseguenza di una forza caotica e prende molte direzioni. E non può mancare di sbagliare, di vagare, nella leggerezza divoratrice dell’ascolto. Una sospensione senza compromessi.
Allora, probabilmente, non esisterà nessun suggerimento alla comprensione della realtà. È il poeta a chiarirlo: “Staccata poi la spina; / spenti i neuroni”  la tua frenesia sarà pacificata per risorgere ”al fianco del tuo pensiero”.
 

Jonata Sabbioni


Dalla sezione “Prima del radiodramma

Si riparte secondo una logica diversa;
forse un cammino
su vie di altri mondi, come se la coscienza
potesse nominarsi senza te.
                L’alba, stamani, è sostanziale
                al giorno che l’alberga.

**

La tua fotografia si estende
nelle pareti, ingigantisce
l’odore oltre la porta,
giù per le scale,
fino a mischiarsi insieme al mondo.

**

Ti aspettano i tuoi cani,
all’ora stabilita, come se presentissero,
molle d’arrivo, il tuo demonio.
Poi gli assalti nel cono
d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle.

**

Le parole ti escono
come incidenti dalla bocca,
senza lasciare un senso
che ti appunti al muro
della stanchezza, quando ascolti
un album di musica per archi.

**

Dalla sezione “Presa di posizione

Da questa riva la notte prende fiato e si alza dal sottosuolo
per investire la luce.

             Apri la finestra, sfoglia le tende;
             di là, la radio trasmette
             musica per archi. Non esiste altra
             disperazione che quella della quiete.



Felice lo sei per davvero, anche quando pensi di darti ad un tam tam di veleni, o alla lama di un coltello, per recidere il collo

                Della persona che credi d’essere.
                Cerca piuttosto il tuo respiro;
                contane le frequenze,
                fa’ che l’ampiezza sua si apra
                nelle curvature e conceda
                su di sé la pace […]

                Oggi la rabbia è piovuta
                lenta bagnando
                l’asfalto i campi,
                ogni altra cosa
                che fosse dipesa dall’intenzione
                di nuocere,

di procurare camaleonti, giostre su malattie inventate. Oggi,
appunto, ti sei fatto acqua e cadi dal cielo senza soluzione di
continuità, e la terra fecondi con lentezza, fino ad esserne esausto.

                Così ti sei prosciugato,
                hai spento te stesso;
                il buio ti ha preso
                nella sua tana […]

… continua

**

dalla sezione “Gli oggetti, i sogni e l’altra vita


Il geranio, di questi tempi,
profuma tutto intorno.

Rosso, accoglie legazioni d’insetti.

**
1.

oggi è la tua giornata da donna;
vesti una sottana taffetà, a cannoncini,
ché quando vai a toilette
ti fa impazzire per via della sua ampiezza
che t’impedisce di farla all’impiedi;
sicché sul piatto t’adagi ed alzi,
come campanula di marzo,
il bel sipario alle miserie tue, impazienti


2.

Altro giorno da donna;
stai nel letto, stesa come balorda,
e quando lui arriva, ti alzi,
t’appoggi al muro e ti fai prendere
con i suoi modi indifferenti,
e lasci che deponga il suo bottino
tra colpi di fastidio e barba lunga.

Poi gli cuoci due uova,
mentre di là si lava,
nervoso i genitali. Impreca
la sorte; viene,
si siede al tavolino,
intinge il pane nel sugo dell’albume;
non sorride né parla:
finisce la sera con il giornale radio.


3.

Oggi però sei “cosa” a mezza strada;
lui mostra l’accenno di un qualche interesse:
ti versa il caffè, ti stringe la mano;
ti bacia sul collo,
teme quei peli tuoi d’imberbe
salire sulle guance
che sanno di lucertola in amore.

Per un attimo
ti sei sentita come
l’ultima sigaretta;
piena di tagli al fusto, il capo
nella cenere,
in mezzo ai fuochi ultimi del vizio.

**

Ascolti funky jazz dalla tua stanza;
mangi la voce come fosse mela,
e quando arrivi al torsolo, cogli di questo
intonazioni fra natkingcole e basie.

        Di fronte al letto,
        nel quartiere del tuo tableau de nuit,
        il serenase chiama col canto di sirena.

Più tardi,
proviamo a sciupare
piccole sinfonie cadute in disgrazia.

Dalla sezione “La cosa detta amore è pressappoco fragola

Sei in un letto di ospedale
che attendi la visita del giorno ;
un poco ansioso, pieghi con le dita
il lembo del lenzuolo e già ti immagini
cosa dirai, quando il dottore
ti chiederà: “Va bene?”. Non era mai accaduto
che si facessero scommesse
sull’esito / referto, sul rischio
di tua vita, ora che questa
appare appesa ad un cappio a nodo lento.

Così, vengo da te e canto quella
canzone di Gaber, che intona come allora:

Dai finiscila, che vuoi
che sappiano le suore!”,

e che riprende
con il refrain, bello davvero:

E poi stanchi morti andremo fuori a cena dalla zia Morina
che ci farà il coniglio e ci darà quel vino che c’ha solo lei” ;

“Ma quella è solo una canzone:
…eppoi finisce male…” mi dici impensierito.

(Ti portammo via sotto la neve,
che ti piaceva tanto; era una neve
di quella buona per il grano;
il prossimo a venire, ché già non ci saresti stato.