domenica 11 dicembre 2011

Incontro con l'autore: Marco Ercolani

26/11/2010

L'incontro è questa volta con Marco Ercolani, autore tra i più originali ed interessanti della nostra scrittura contemporanea. Scrittore di scritture, noto per i suoi testi apocrifi, in cui avviene una vera e propria identificazione con la voce e il destino di altri autori, Ercolani - che svolge la professione di psichiatra - è sempre stato attento nella sua vasta produzione letteraria (narrativa, saggistica, critica e poetica) al rapporto arte/follia e più in generale alle correlazioni tra l'atto dello scrivere e l'esistenza, colta nella sua dimensione più profonda, in quella zona d'ombra che si trova sempre ai limiti dell'indicibile.
Su questo blog sono stati presentati i volumi
Sento le voci (La Vita Felice, 2009), scritto insieme a Lucetta Frisa, e Il diritto di essere opachi (La Vita Felice, 2010), che raccoglie le poesie scritte dal 1979 al 2009.


7 DOMANDE A...
MARCO ERCOLANI





Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?
Tra i poeti Samuel Coleridge, Osip Mandel’stam, René Char, Paul Celan, che mi hanno insegnato la visione stessa della scrittura. Ho incontrato con gioia, nella poesia contemporanea, l’opera di Antonio Porta, Nanni Cagnone, Milo de Angelis. Ma per me è determinante la scrittura in prosa. I miei autori preferiti: Anton Cechov, Franz Kafka, Cristina Campo, Danilo Kis, W.G. Sébald, Thomas Bernhard. Ma il mio primo amore è stato il Rainer M. Rilke dei Quaderni di Malte Laurids Brigge.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?
La mia opera è un arcipelago di scritture disparate: critica, narrativa, saggistica, occasionalmente poetica. Ma la scrittura che ho sempre amato di più e che mi ha accompagnato per oltre vent’anni è la scrittura apocrifa. Lo scrittore di apocrifi non si accontenta di entrare nell’interiorità di un altro. Vuole identificarsi nel suo linguaggio e nel suo destino, nel luogo che non ha luogo ed è movimento caleidoscopico di profili, doppio gioco di maschere. “L’uomo è metafora”, scrive Novalis. L’antichissima invenzione della maschera ci avverte, al di là del suo uso teatrale, che l’uomo trascorre la vita volendo essere altro. Non tanto per assomigliare ad altro, quanto per negare il proprio anonimo profilo e identificarsi/smarrirsi nell’io-arcipelago che lo circonda, che lo fa incontrare con altri destini e altre vite che, nella mia esistenza di psichiatra, sono state spesso anche le vite reali dei folli, dei “senza voce”, a cui, insieme a Lucetta Frisa, ho dedicato due libri.
Nell’apocrifo la letteratura è interrogata attraverso il linguaggio, tra opacità e trasparenza, e avverte l’incertezza dei confini di ogni parola, perché i confini scorrono ovunque. Scrive Italo Calvino: «Scrivere presuppone ogni volta la scelta di un atteggiamento psicologico, d'un rapporto col mondo, d'un'impostazione di voce, d'un insieme omogeneo di mezzi linguistici e di dati dell'esperienza e di fantasmi dell'immaginazione, insomma di uno stile. L'autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s'identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive» La mia proiezione, nella scrittura, è l’evocazione di uno stato di pericolo o di estasi, di un momento perturbante che minaccia la vita stessa dell’io.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?
Come forma di precaria guarigione dal dolore e di lucida contemplazione dell’abisso. Essendo un poligrafo, molti amici mi chiedono quando scrivo, ma la domanda è imbarazzante. Non so mai come e cosa rispondere se non dicendo: “correggo”, “riordino”. Da oltre vent’anni scrivo quotidianamente un mio personale Journal, composto di appunti, aforismi, microracconti, poesie, riflessioni critiche, da cui mi accade di estrarre i miei libri come da una miniera sempre aperta. A volte penso che questo mio “falso diario” sia una decorosa forma di salvezza e di libertà dalle arroganze dell’io; a volte, al contrario, mi sembra solo un incubo o un’ossessione. Uno dei libri prediletti, che avevo dimenticato di citare all’inizio di questa intervista, è il Libro degli amici di Hugo von Hofmannsthal, che è composto solo da frasi altrui ma  è rigorosamente un libro di Hofmannsthal.

Qual è a tuo avviso lo stato della cultura oggi in Italia e qual è secondo te la funzione della poesia?

Oggi, in Italia, è difficile leggere scritture che aggiungano tonalità nuove e percezioni originali, come ne produssero, ai loro tempi, La metamorfosi di Kafka o i Quattro quartetti di Eliot. Molto, forse tutto, è già stato scritto, ma la pagina bianca che spaventava Mallarmé oggi è un palinsesto pieno di voci e di fantasmi. Autori come Sébald, che hanno reinventato la struttura del narrare contemporaneo, non sono poi lontani anni luce dal nostro tempo. Molte scritture di sicuro valore oggi appaiono presso editori minori o in rari siti del web, che svolgono la funzione che ieri era quella delle riviste letterarie. Ma il compito della poesia resta sostanzialmente immutato, qualsiasi tempo attraversi: inventare una sintassi che sappia trasformare i canoni della lingua del suo tempo. Cito me stesso dal mio recente saggio Vertigine e misura: «La poesia contemporanea non ha né maestri né linee da seguire. Può però proporre una sfida: non appagarsi della sua autonomia linguistica, facilmente raggiungibile grazie alla techné poetica, e rivelarsi come modo – imperfetto ma rigoroso - di “intelligere” l’io-mondo attraverso il linguaggio […] Il poeta è chiamato a un gesto, a una visione, in cui fuori dalla parola ma vincolato alle sue leggi, riviva il cortocircuito fra suono e senso come atto di ri-trasformazione e ri-nominazione del mondo […]

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

La musica è da sempre la mia compagna inseparabile. Machaut, Tallis, Monteverdi, l’insostituibile Bach, il pianoforte di Chopin, Schubert, Brahms. Lo straordinario jazz di Davis, Mingus, Bill Evans. E poi il cinema, ossessivo amore della giovinezza, intorno ai cui segreti e finzioni ho scritto il mio libro più complesso, A schermo nero. E la grande arte visiva: fra gli amori imprescindibili Pontormo, Giacometti, Bacon, de Staël.

Un autore da riscoprire?


Giorgio Seferis, le cui poesie e prose sono scandalosamente fuori catalogo in traduzione italiana. Amo soprattutto le Tre poesie segrete, che mi hanno insegnato una poesia che racconta senza narrare, evocando l’indicibile.

Un libro da leggere assolutamente?


L’enciclopedia dei morti di Danilo Kis.




UN TESTO INEDITO DI MARCO ERCOLANI

 

Stato di trance

 

Risposta di Danilo Kis alla domanda di una giornalista francese (1983).

 

Che effetto le fa essere considerato uno dei quattro o cinque scrittori più importanti d’Europa?

Nessuno. Intanto, vorrei precisarle che io non scrivo come uno scrittore di professione ma come un “poeta”, il che significa che mi occupo esclusivamente di tematiche ossessive, in una specie di trance, appunto, poetica…
«Fallire ancora e fallire meglio» ci insegna Beckett. Essere un buon scrittore significa elaborare un fallimento originale. È questo il punto. Adeguarsi al proprio fallire nel proprio personale infinito, quello che tastiamo con dita e pensieri. Essere adeguati è fare ciò che a noi, e proprio e solo a noi, è consentito (non consentito, ordinato!) fare. Ogni artista non ha molte cose da dire. Forse ne ha una, e talvolta mezza. Ma deve sapere tutto di questa mezza cosa, di questo mezzo tono. Deve diventare maestro di cerimonia di quell’unico segreto di cui è messaggero. Dopo, si tratta di inezie: tecniche, scritture, variazioni. Ma il tema è stato dato. La litania è quella. Punto. E poi, che nessuno la ascolti o che tutti la applaudano: non cambia niente. “Le tenebre plurali”, la “notte unica” sono l’essenza del mio pensiero. Che è sostanzialmente illuminista e semplice. La “notte unica” è la psicosi dell’uomo, i lager, i massacri, i soprusi, i delitti pubblici e privati. Le “tenebre plurali” sono la confusa e imperfetta libertà dell’uomo che da quella notte viene a capo con i soprassalti delle sue verità e le sue affannose finzioni. L’io è da sempre lo stato di trance di io multipli, simili a dèi. L’io, con maschere ed echi, è responsabile della vita futura e di quella passata di tutti noi. Da queste finzioni nasce il nostro diario molesto di scrutatori notturni, che pensano solo racconti infiniti e impossibili in cui trovare piccole libertà personali. Rimbaud diceva di strappare per pochi lettori insonni i suoi taccuini di dannato.
Ma i dannati, ormai, non esistono più. Sono espressionistici, anacronistici, vecchi. Esistono ancora gli scrittori veri e assoluti, visibili o invisibili che siano, e hanno la fortuna/sfortuna di portarsi sulle spalle un passato più lungo e più dolente di scritture, pene, pensieri. Oltre questo fardello cosa esiste? Cosa potrebbe esistere ancora
Se essere uno scrittore importante è descrivere i piccoli legami dei vivi con l’energia inesauribile dei morti, allora è vero: sono uno scrittore importante.



Marco Ercolani, psichiatra e scrittore, nasce a Genova il 28 settembre del 1954. Tra i suoi libri di narrativa: Col favore delle tenebre, Taccuini di Blok, Il ritardo della caduta, Praga, Vite dettate, Lezioni di eresia, Sindarusa, Il mese dopo l’ultimo, Carte false, Il demone accanto, Taala, Il tempo di Perseo, Discorso contro la morte eA schermo nero. È autore di due volumi critici sulla poesia contemporanea:Fuoricanto e Vertigine e misura e di un saggio sul nodo arte/follia L’opera non perfetta. In coppia con Lucetta Frisa ha scritto L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore, Anime stranee Sento le voci, e cura la collana «I libri dell’Arca» per le edizioni Joker. Nel 2010 pubblica il suo primo libro di versi, Il diritto di essere opachi (poesie 1979-2009).