lunedì 12 dicembre 2011

Incontro con l'autore: Alessandra Paganardi

22/12/2010
L'incontro è questa volta con Alessandra Paganardi, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni di poesia, ma che è anche autrice di racconti, saggi critici e aforismi.
Nella sua poesia è presente una forte tensione verso la realtà, mediante una parola che è insieme concretezza dell'
hic et nunc ed apertura verso una totalità da cogliere con uno sguardo altro, che trova fondamento in un linguaggio nitido ed essenziale.
Della sua ultima silloge
Frontiere apparenti si è già occupato questo blog

foto paganardi


7 DOMANDE A…
ALESSANDRA PAGANARDI





Quali autori in particolare sono stati fondamentali per la tua formazione?

La formazione, forse, è qualcosa che non finisce mai: si potrebbe persino parlarne al presente, pur consapevoli che il tempo davanti a noi è ogni giorno più breve – anzi, proprio per questo cercando di ricavare il meglio dalle esperienze culturali alle quali scegliamo di dedicarci. Chi smette di formarsi diventa un fossile, muore alla scrittura. La formazione di chi scrive poesia, inoltre, è auspicabilmente fatta anche di esperienze culturali extraletterarie: non è un caso che io abbia scelto, dopo molti dubbi, di studiare filosofia all’università e poi d’insegnarla nelle scuole superiori – a tutt’oggi  è la mia professione. La filosofia - in particolare quella antica - la psicoanalisi freudiana e la psicologia analitica di Jung, con le loro derivazioni e filiazioni, sono state indubbiamente le radici culturali che più hanno orientato e diretto la mia formazione. Ma se parliamo di formazione letteraria in senso stretto, cioè gli scrittori importanti incontrati negli anni giovanili, credo che non avrei mai incominciato a scrivere se non avessi conosciuto e studiato in profondità, per puro diletto e non per obbligo di scuola, l’opera di Leopardi. Mi ha aperto un mondo straordinario, in cui si compendia tutto ciò che per me significa la poesia: ritmo, musicalità, un rapporto di confronto rispettoso, ma non deferente e anzi spesso eterodosso, verso la tradizione letteraria; ma anche riflessione, pensiero, abbandono lento e sofferto dell’illusione religiosa per sostituirvi un autentico rapporto solidale con il mondo, una vera condivisione empatica. E la sintonia fra immagine e concetto, che sono semplicemente due facce (in astratto separate, ma in realtà unite) del mettersi in ascolto della realtà. Quasi contemporaneamente a Leopardi è arrivato Dante: qui sentivo che l’ascolto veniva esercitato dal poeta attraverso strumenti finissimi, capaci, quasi come un sonar, di rilevare lunghezze d’onda differenti e tradurle tutte in musica poetica, senza scarti: l’indignazione civile, l’afflato lirico e quello religioso, l’intelligenza e la passione poetica. E una domanda fissa, sempre, dalla quale il poeta non può prescindere: qual è la missione dell’uomo, la missione di chi scrive, se mai ce n’è una? Ecco, se parliamo di formazione in senso stretto credo che questi due autori mi abbiano insegnato almeno all’ottanta per cento che cosa significa fare poesia, e anche come si debba tentare di farla, se ci si crede, ciascuno nel proprio tempo. Poi sono arrivati Baudelaire, Rimbaud, la straordinaria visionarietà di Dylan Thomas, Rilke, e le tre esperienze italiane che mi hanno forse più segnata da un punto di vista della “genealogia poetica”: Montale, Caproni e Saba. Fra i narratori Dostoevskij, Pavese (che io ritengo appunto grande soprattutto per la narrativa) e Camus: autori  che, letti e riletti continuamente, mi riportano al senso di una scrittura mai scissa dall’esperienza del dolore.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

E’ sempre molto difficile e anche imbarazzante per un autore parlare del proprio lavoro, mentre è relativamente semplice, come per ogni cosa, farlo su un piano oggettivo e descrittivo. Mi occupo principalmente di poesia, sia come autrice che come saggista (collaboro da anni alla Mosca di Milano, dove scrivo saggi e recensioni; ho inoltre pubblicato per Viennepierre uno studio su cinque poeti contemporanei, che ho avuto la sorpresa di veder inserito nella cinquina del Nabokov); inoltre scrivo aforismi, anche se non ho ancora pubblicato nulla, e ho qualche edito al mio attivo per racconti brevi in antologie e opere collettive. La più recente è “Milano per le strade” dell’editore romano Azimut, un progetto che ha visto coinvolti dieci autori in racconti su Milano e poi altri, su altre città europee; i fondi sono stati destinati alla ricerca sul cancro. Sono dati oggettivi, che tuttavia dicono anche una caratteristica, credo, importante della mia scrittura: l’apertura a vari “generi”, non per scelta programmatica, ma semplicemente perché penso che quando si ha qualcosa da dire sia estremamente difficile limitarsi ad uno solo. Il mio problema, caso mai, è quello opposto ad una scelta preordinata: vorrei avere più tempo per dedicarmi alla narrativa e all’aforistica (un genere difficilissimo, che per un poeta costituisce una disciplina dura, ma che dà molte soddisfazioni); per il momento devo accantonare parecchi progetti, in attesa di poterli sviluppare a dovere. Forse un’altra caratteristica della mia scrittura è il contatto con la realtà, cosa che chi ha scritto su di me (penso alla prefazione di Gabriela Fantato a “Ospite che verrai” e a quella di Mauro Ferrari a “Tempo reale”, ma anche a tantissime recensioni e schede critiche comparse su varie riviste, o non ancora edite) ha sempre sottolineato. Non mi interessano il ritmo, l’aggettivo o la musicalità fine a se stessa; mi interessa invece tendere ad una poesia che traduca l’idea in immagine con il minor scarto residuale possibile. Mi rendo conto che è difficilissimo: occorrono condizioni adatte e molta umiltà, capacità di autovalutarsi senza che la penna prenda la mano e ci induca a rompere l’equilibrio delicatissimo fra idea, immagine e parola. Vertigine e misura, per citare il titolo di un bel volume critico di Marco Ercolani. Per questo scrivo poco e forse, come diceva Cristina Campo, avrei voluto scrivere ancor meno. Inoltre, per riuscire ad avvicinarsi a questo obiettivo non bisogna mai perdere il contatto con ciò che della realtà ci appartiene e ci coinvolge davvero. In poesia non si può fingere: ogni simulazione è un errore e la poesia, come il mare e la montagna, non tollera l’errore.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Se parliamo della scrittura come laboratorio, sono portata a lunghe gestazioni interne e  proprio per questo a scrivere intensamente, ma piuttosto di rado e ad intervalli anche molto distanziati. Prendo molti appunti critici e annotazioni, quando leggo un libro per scrivere un saggio o una recensione; ma assai di rado, se non addirittura mai, annoto versi o idee che mi vengono in mente. Per me l’opera, sia essa narrativa o poetica (ma forse soprattutto la poesia), deve nascere già “textum”, già intessuta e formata; il che non significa assolutamente non rielaborarla più dopo la prima stesura, né tantomeno scrivere di getto (anzi, credo che la mia scrittura sia per certi versi l’esatto contrario dell’automatismo, della cosiddetta spontaneità). Io scrivo un testo già completo dopo una lunga elaborazione interiore e poi lo limo ancora molte volte, cambiando e togliendo: una volta per divertirmi ho contato gli emendamenti, ed erano più di cento. Spesso, ma non sempre, li ritrascrivo ogni volta a mano, come per soppesarli. Ovviamente in un racconto, per ragioni pratiche, ciò avviene diversamente e in un tempo molto più diluito, ma il principio è lo stesso: quando si comincia a scrivere bisogna avere già macerato a lungo il progetto dentro di sé. Questo senza escludere che proprio durante la stesura si aprano nuove pieghe, nuove porte. Se poi parliamo della scrittura come dimensione “pubblica”, credo che la poesia viva anche di dialogo, di confronto e di aggiornamento costante, come ogni cosa che si fa e che si tenta di fare al meglio. Mi fa piacere, quando posso, occuparmi degli autori viventi, avere scambi con loro, sentire la loro voce diretta. Non per niente poesia significa fare: un fare che ha una dimensione certamente e in prevalenza individuale; ma esaltare questo aspetto conduce alla claustrofobia e, alla lunga, ad inaridirsi. Bisogna confrontare il nostro fare con quello degli altri ed esporsi al dialogo, alla critica, affinare la ricerca attraverso stimoli sempre nuovi.

Qual è a tuo avviso lo stato della cultura oggi in Italia e qual è secondo te la funzione della poesia?

Io credo che in ogni tempo la poesia sia necessaria: Simone Weil diceva che la gente ha bisogno di poesia tanto quanto ne ha di pane. In questo senso la sua funzione non è storica, è perenne: è quella di stornare la parola dall’uso meramente strumentale e utilitaristico, facendone emergere la vocazione simbolica; è quella di risollevare il discorso dalla chiacchiera egocentrica per consentire a chiunque, purchè abbia la volontà e la capacità di mettersi in ascolto, di condividere con il poeta le domande di senso davvero universali, e soprattutto il dolore. Tuttavia, proprio per la funzione che dovrebbe avere e per la volgarità imperante cui assistiamo ogni giorno (e che, cosa molto più grave, una parte dell’opinione pubblica giudica addirittura un valore aggiunto), pare che la poesia sia diventata superflua o peggio; che sia degradata, nel migliore dei casi, a intrattenimento per anime sensibili. Tuttavia esistono ancora associazioni, riviste, imprese culturali che credono nel valore della poesia: io ho avuto la fortuna d’incontrarne una valida  (La Mosca di Milano) con la quale impostare un cammino culturale comune. La forte impressione, tuttavia, è che queste generose risorse umane non cambino di molto la situazione. Per modificarla in parte, forse, bisogna ripartire dalle giovani generazioni e dimostrare loro che la poesia ha molto più a che fare con la vita di quanto loro stessi non pensino, che può addirittura essere una specie di…cartuccia di riserva per l’equilibrio interiore e la felicità. Io ho la fortuna di insegnare una materia di forte impatto simbolico; una materia che afferisce pienamente al linguaggio, ma rimane collaterale rispetto alla classica, barbosa analisi testuale (che rende più d’uno ostile alla scrittura): posso fornire il precedente messaggio in maniera quasi subliminale, senza che lo studente si senta obbligato a condividerlo per l’eventuale paura della valutazione. In questo modo, forse, esso risulta più efficace, perché l’adesione rimane pienamente libera.

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

Due forme apparentemente opposte, il cinema e la scultura: cioè l’immobilità assoluta e, fin nel nome, la pura arte del movimento! Eppure entrambe, in modo misteriosamente affine, mi riportano ad un senso del tempo come matericità legata allo spazio, e ciò è molto affine alla mia sensibilità. La spazialità del tempo, che nel cinema si esprime attraverso la sintonia dei fotogrammi e nella scultura è immediatamente rappresentata come sostanza stessa dell’opera, ci fa sentire contemporaneamente corporei e fragili, solidi e mortali, obbligandoci ad un costante senso della misura, a una presenza vigile della ragione. Nietzsche apparentava la scultura all’elemento apollineo; se avesse potuto conoscere il cinema, sono certa che avrebbe esteso questa caratteristica anche ad esso.

Un autore da riscoprire?

In poesia penso a Penna, che per quanto storicizzato è spesso ancora travisato, considerato poco più che un poeta illetterato ed ingenuo, ed è invece grandissimo; fra i narratori, Buzzati, per il suo realismo magico e per la sua originale scrittura, troppo densa per essere anche perfetta. Storicizzato anche lui, ma, al di là di riconoscimenti in vita e anniversari dopo morte, ancora troppo poco proposto ai giovani, a partire dalle scuole .

Un libro da leggere assolutamente?

Lo dico polemicamente e quasi come un paradosso: bisognerebbe assolutamente leggere quello apparentemente più letto, i Promessi Sposi. E’ un gran bel libro e quasi nessuno finora se n’è accorto, proprio perché il modo in cui viene fatto leggere nelle scuole è l’esatta antitesi di ciò che dovrebbe essere la lettura.



UNA POESIA DI ALESSANDRA PAGANARDI


NON DIRE

Non dire mai: sei bello
a un volto, un verso, un canto.
Fermalo nel tuo sguardo. Arriva il tempo
rosicchia ciò che deve – tu non sai
della verde sua fame.

Non dire mai che soffri
che qualcuno ti mancherà per sempre.
Nessuno sappia, nessuno sorprenda
la fatale felicità che torna
cieca come d’agosto un temporale.



Alessandra Paganardi, nata a Milano nel 1963, vive, insegna e scrive a Milano. Raccolte di poesie: Tempo reale, Joker edizioni, Novi Ligure 2008; Ospite che verrai, 2005, ristampata nel 2007; Poesie, Facchin editore, 2002. Plaquette: Frontiere apparenti, Puntoacapo editore, Novi ligure 2009; Vedute, Ibiskos Ulivieri, Empoli 2008; Binario provvisorio, Circolo Culturale Seregn’ de la Memoria, Seregno (Milano) 2006; Potevamo dire l’assenza, Crimeni, Olgiate Comasco 2005; Espansioni, Il club degli autori, 1998. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005. Épresente con testi e lavori critici in varie riviste e antologie, fra cui la raccolta collettiva di racconti Milano per le strade, Azimut, Roma 2009, e quella di saggi critici Con la tua voce, La vita felice, Milano 2010. Ha ottenuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari, fra cui i primi premi assoluti: Astrolabio (2009), San Domenichino  (2009 e 2007), G. Gozzano (2007), D’Annunzio e la Versilia (2007), Dialogo (2003). La sua raccolta inedita di aforismi Breviario di vita e scritturaha ricevuto una menzione speciale della giuria al premio Torino in sintesi2010. Éredattrice della rivista di poesia, arte e filosofia  «La Moscadi Milano», edita da La Vita Felice, che ospita vari contributi critici e recensioni dell’autrice.