martedì 13 dicembre 2011

Gabriele Gabbia - Poesie inedite

30/04/2011


C’è in questi testi inediti di Gabriele Gabbia  tutta  la solitudine di una parola esiliata, scissa dalla propria origine e dalla propria carne. Una parola che abita una “terra franata”, senza io, senza alcuna appartenenza, dove l’identità si sfalda in un tragico gioco di specchi, in un gorgo d’ombra, in intestini abissali. Una parola che sembra nascere proprio dalla mancanza, da un vuoto incommensurabile, che la poesia stessa chiama e a cui il poeta risponde con voce lacerata e sommessa, fedele al proprio compito di verità e destino.
 
Mauro Germani


*

Dimora negli intestini
la terra franata dei nomi.

Là, dove nessuno sa.

Dove non c'è dove
ogni cosa
è radice d'abisso.


Là fiorì il tuo nome.



*

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile avvento
e dalla mente nel presente
dell’assenza di ogni essente:
la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.



*


Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me, quando
solo, soffierò
lo sguardo, da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.



*

Io percorro te stesso
nel silenzio che trascorro
nell'ausculto dell'andirivieni
dell'altro da me che è in te:
l'essente in cui sei -
ciò cui sto.



*


La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua di tuo padre
come sgorgo divino plasmato,
che implode ferito. Sangue
che chiede e non dona, non sana,
affonda.



*


La coscienza non coincide con la voce –

tutto si fa corrente – tu
non gualcire quella parola:
trattienine l’onta, l’affanno
sgromma
mentre innerva radici.


*


Tu fughi ogni inizio –

non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambita,
intuita, dell’ordine cieco
deciso, dell’occhio.



*

Nello spazio condiviso
esser solo
spazio essente, (condiviso)
in sé: nell’ascesa
dell’ombra
l’atteso incontro –

quando sei te.



*



Talvolta ti atterra il corpo addosso
ed è il cupo gorgoglio di un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti - per storni. Il corpo -
un ceppo – si allontana dallo sguardo,
suo epicentro, suo traguardo, nel candore
stridulo delle cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la voce
si ascolta una volta sola, mentre tutto
non torna - è molto diverso – ricomincia.


*


Il capo:
un ventre spaccato. In fondo
quella città - un lungo
delirio. E ancora
quel capo, quel canto
cui nessuno
appartiene. Tu
soltanto
salmodi
quel salmo.



*


Sfocia
la postazione imposta che ti è stata inflitta,
si raccorda
alla tua stessa elusa,
si spande,
dilata
la sua foggia
nella sua stessa impressa,
contenuta, travasa,
espunta.