domenica 11 dicembre 2011

Federico Battistutta - L'altro mare di Michelstaedter

22/10/2010

Nel centenario della morte di Carlo Michelstaedter (1887-1910) ospito volentieri questo scritto di Federico Battistutta, che uscì sul numero 2 del maggio 1989 della rivista Margo. Per ragioni di spazio, il testo viene qui presentato in versione ridotta e privo di note rispetto all'originale.




Vi sono uomini postumi, la cui impossibilità di divenire attuali si condensa nelle brevi pagine di una scrittura originaria, alle quali, aggiungere una frase, un discorso diventa una superfetazione, un vezzo inammissibile. “Una pagina è una cosa meravigliosa (...) come può un uomo, nella sua vita. scrivere più di una pagina?”. Sono parole di Drieu La Rochelle scritte nell’ultimo libro rimasto incompiuto (Le memorie di Dirk Raspe); poco oltre aggiungeva: “Beati i poeti che hanno scritto solo un libro”. Affermazione paradossale, antinomica, banale solo ad uno sguardo distratto, ma che pone senza riserve il rapporto tra scrittura vera e disciplina interiore, e ci permette di introdurre un autore come Michelstaedter, la cui profondità e intransigenza nella ricerca di un vero sentire e di un permanere puro hanno i connotati della rarità.

L’esperienza di Michelstaedter, con i testi che ci ha lasciato, si configura come unica, difficilmente classificabile per la sua ‘eccentricità’ in una fenomenologia della letteratura (ma il pensiero corre a Boine, Jahier, Slataper, alla tensione antiaccademica e antiletteraria che li apparenta a Michelstaedter). La sua esperienza integrale non va però ridotta a mera documentazione di un travaglio intellettuale, né tantomeno a testimonianza di una follia latente o di un suicidio metafisico (come pensava Papini), ma riconosciuta e custodita in tutta la sua irriducibilità, nel solare riconoscimento che Michelstaedter “rompe il mito delle soluzioni verbali, rompe il mito della parola perché egli rompe con se stesso” (A. Piromalli). A questo proposito appaiono in massima parte superflue le disamine riguardanti il rapporto più o meno dialettico tra la sua poesia e la sua elaborazione filosofica, nel momento in cui intuisce il carattere per nulla essoterico tanto delle sue poesie, quanto del suo pensiero in breve, Michelstaedter “non vuole essere poeta, come non vuole essere filosofo (S. Campailla).

Nel corso della sua intera opera Michelstaedter ha rivolto una particolare attenzione al linguaggio e ai nessi che lo costituiscono. Ne La persuasione e la rettorica, questa attenzione è presente sia come elemento di analisi, che come stile del testo. Da un lato vanno richiamati i vari punti in cui risulta in tutta la sua opposizione il manifestarsi del linguaggio sulla via della persuasione e su quella della rettorica. E’ parola luminosa che “crea la presenza di ciò che è lontano”, come conquista impegnativa del persuaso dopo un profondo rivolgimento compiuto su di sé e sulla parola. Questo dissodamento del linguaggio risulta inevitabile, per quanto duro e rischioso (“la lingua non c’è ma devi crearla”), perché ciò che i parlanti hanno di fronte sono i cascami di una comunicazione irrelata (“il sistema dei nomi tappezza di specchi la stanza della miseria individuale”), che si esplica attraverso una parola ossificata, divenuta flatus vocis (“abituarsi a una parola è come prendere un vizio”); è lo scenario della rettorica.
Dall’altro lato va evidenziato il lavoro impossibile di Michelstaedter volto a risemantizzare la parola contro l’insignificanza di un linguaggio muto (l’uso frequente della lingua greca, per esempio, va inteso proprio in funzione di un disvelamento di una sapienza antica, il suo è un pensare greco, attraverso una costante e fitta interrogazione, non un erudito citare in una lingua morta).
Ma il punto di massima tensione di questi due lati, lo si ha nella costituzione di quel reticolo di discorsi in cui viene affrontato il problema dell’enunciabilità della via della persuasione. L’indicazione per via negationis (“la via della persuasione (…) non ha segni, indicazioni che si possono comunicare”), ha la sua ragion d’essere proprio nella critica della parola umana, in quanto il processo costitutivo del linguaggio si trova irretito alla radice nella rettorica, la quale non è semplicemente un metalinguaggio, ma è il linguaggio. La comunicazione persuasa potrà essere solo la lingua degli dèi, impronunciabile dagli umani, ma detta, allusa nonostante tutto, nell’insufficienza dell’espressione linguistico-discorsiva, configurando l’approccio michelstaedteriano al linguaggio in termini tragici e antinomici: “io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno”.
Anche nelle poesie possiamo verificare quell’intensa concentrazione sulla parola, una parola, ora, capace di far germinare nei versi figure pregnanti, che nasce e parla, e sviscerando il verso produce enigmi, nonostante il ricorso a soluzioni metriche insolite e lontane (dalle quartine di quadrisillabi e settenari alternati, ai versi anapestici, ecc.). La forza singolare di queste poesie consiste nel richiamare al canto da un luogo antico, in cui la lontananza del verso è avvicinata in un punto che è sempre lontano; invito paradossale all’ascolto di una voce in-audita che nel cantare genera effetti di verità. Come è già stato notato, la poesia di Michelstaedter “dimostra che il canto del poeta non interpreta o rappresenta o significa solamente, ma è” (A. Piromalli).

Tra le differenti immagini ricorrenti nelle liriche michelstaedteriane, una prevale fra tutte, non tanto e non solo per la frequenza, ma per la simbologia polisensa che contiene: l’immagine del mare. Immagine fluttuante, capace di variare, così come varia il mare, e di innescare ripetuti slittamenti semantici. Alcuni tra più validi testi poetici possono venire letti riconoscendo le suggestioni che fuoriescono, dall’eccedenza di senso attribuita all’immagine del mare (in cui si nota una personale meditazione della lectio ibseniana), dove sembra che il mare immagini, e con esso anche il mondo trasportato da questa forza di visione: il mare occhio del mondo, in cui il mondo stesso, prendendo congedo da sé e dalle sue abitudini, s’inabissa. (Osserva Bachelard, nel suo studio sulla rêverie dell’acqua, come a questo elemento naturale sia connesso un narcisismo cosmico, per mezzo del quale il mondo vuole vedersi: “nell’immaginazione della visione generalizzata l’acqua ha un ruolo inaspettato: Il vero occhio della terra è l’acqua. Nei nostri occhi è l’acqua che sogna”). 

[…]

Perfido, vasto, lontano, quieto, libero, senza confini. Sono solo alcuni degli attributi che ricorrono nella poetica michelstaedteriana in riferimento al mare e che mostrano la stratificazione di senso operante su questa immagine, capace di suggerire in una medesima poesia valenze differenti, che, adombrate, possono sfuggire. Non a caso l’interpretazione a lungo predominante è stata quella di un mare cantato sub specie mortis, volendo intravedere non la morte elementare del mare che muore con la morte, ma un lavoro fantasmatico e regressivo mirante a sopprimere ogni tensione, per ricondurre tutto all’inorganico. Come si sa, Freud ha definito questo genere di tendenze con il termine ‘principio del Nirvana’, il quale non esprimerebbe per l’appunto nient’altro che la tendenza della pulsione di morte.
Ma questa interpretazione rende povero di senso il mare di Michelstaedter, soprattutto quando appare la figura dell’altro mare, a cui ci si può accostare cominciando a restituire al termine nirvana il suo senso proprio, aldilà quindi non solo del principio di piacere, ma anche di realtà, per vedere poi quale risonanza sussista verso l’immagine in questione. (Già J. Evola aveva messo in relazione la via della persuasione con aspetti significativi delle dottrine buddhiste; ma l’interpretazione evoliana del buddhismo come affermazione guerriera, kshatriya, è lontana in modo irrimediabile dalla riflessione di Michelstaedter).
Il significato etimologico della parola è quello di ‘estinzione di una fiamma mediante un soffio, ed indica l’apertura all’incondizionato: sul piano ontologico come dissoluzione di ogni ente, logicamente come dissoluzione di ogni definizione, psicologicamente come dissoluzione di ogni desiderio. Per questo viene usato come concetto limite contro cui finisce per infrangersi il pensiero discorsivo: “Con nessuna metafora o spiegazione, o ragione, o argomento se ne può rendere chiara la forma o la figura” (Milindapanha, IV, 8 6l), in quanto non individua nè l’esistenza, nè la non-esistenza, nè entrambe insieme, nè nessuna delle due: “è qualche cosa di non fisso, che non diviene, che non ha sostegno” (Udana, VIII, l). Ancora: è l’altra riva aldilà dell’oceano che rende inutile ogni imbarcazione. Michelstaedter cerca il porto nel vasto mare, e nella sua poesia tra le figure del mare è assente quella dell’acqua lattiginosa, materna. Il regressus ad uterum è semmai di tipo iniziatico, per indicare una radicale mutazione ontologica, e non a caso il significato del nirvana è stato rapportato con i termini greci teléo (essere perfetto) e teleutào (morire) (cfr. A.K. Coomaraswamy).
Peraltro i motivi che si possono individuare nell’immagine dell’altro mare, sono potentemente innervati anche nelle pagine della Persuasione. A cominciare dalla tensione impossibile di partenza, con cui si cerca una cosa che non si conosce: “L’assoluto non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno”; per giungere, attraverso un gioco paradossale dove non-intenzionalità e intenzionalità si intersecano in modo aporetico (necessario è un richiamo alla noluntas e al disinter-esse schopenaueriani), al momento in cui, riconosciuta la presenza del dolore (“ii dolore parla”), ogni dualismo fra finitudine dell’esperienza e assoluto si dissolve, e il persuaso ottiene “la sua vita nel presente”; finalmente saldo nell’estremo presente può guardare pienamente la vita e dire: “non c’è niente da temere, niente da cercare, niente da fuggire”, perché non c’è nulla da liberare in quanto tutto è già liberato. (“Quello che è il confine del nirvana, questo è anche il confine del samsara. Tra essi non c’è neppure la più minima diversità”, Nagarjuna, Madhyamikakarika, XXV, 20).
Che un colpo di rivoltella abbia segnato la fine dell’esperienza di Michelstaedter è, per noi, tutto un altro discorso.
Federico Battistutta